Quarant’anni di luce nel buio

Si, sono 40 anni che vado in giro a illuminare il buio delle grotte. Lo faccio ancora con molto entusiasmo e contentezza nonostante diventi ogni volta piu’ difficile e lungo il recupero dalla fatica.

Ma quando ho iniziato? Purtroppo la mia pessima memoria non ha tenuto traccia di una data d’inizio. L’ho fissata d’arbitrio ai primi giorni del febbraio 1985 con una sommaria ricostruzione di quanto ho (ri)scoperto grazie agli amici.

Il mio lacunoso ricordo registra solo tre momenti e non posso nemmeno dire con sicurezza quanto sia effettivamente accaduto e quanto sia vero. Quasi sicuramente la mia prima uscita in grotta e’ stata alla grotta delle Piane, vicino Titignano, grotta ad andamento prevalentemente orizzontale, favolosamente labirintica, che ha tenuto a battesimo migliaia di speleologi o aspiranti tali.

Posiziono questo evento a febbraio di qualche anno semplicemente perche’ ricordo un gran freddo, forse uno dei primi poiche’ gli steli d’erba erano addobbati con del ghiaccio lavorato dal vento, tanto da farli sembrare tante lame. Di quella giornata ricordo anche l’entrata in grotta e il mio sconcerto nel vedere la prima strettoia. Il pensiero, lo stesso che penso prenda tutti coloro che la affrontano la prima volta: “Impossibile passare per quel buchetto infimo e stretto!”. Ricordo anche che ero vestito con quello di caldo che avevo trovato a casa ed avevo coperto il tutto con un Kway azzurro utile a trattenere il mio abbondante sudore nei vestiti.

Appena passata la strettoia con stupore e sollievo, in attesa del resto del gruppo (eravamo in parecchi) ricordo che trovai per terra un pezzo di stalattite di buone dimensioni e del peso di un paio di chili. Innamorato di quell’ingombrante quanto brilluccicante pezzo di calcite, il primo che vedevo in vita mia, chiesi agli istruttori che ci guidavano se potevo tenerlo. Loro, con un ghigno divertito che capii solo ore dopo mi dissero prontamente di si. Portai in giro per tutta la grotta con non poca fatica questo pesantissimo trofeo, ogni tanto maledicendolo, ma senza mollarlo mai. Facemmo tutto il giro classico, arricchito da una salita a quella che Massimiliano, l’amico che mi aveva “costretto” a questa esperienza, chiamava la “Sala delle Meraviglie”. Vicino all’uscita, dopo tanta fatica per non separarmi dal mio gioiello di grotta ne ero sinceramente quasi disamorato. Qualche commento buttato la’ dai nostri istruttori sul fatto che non si devono portare pezzi di grotta all’esterno per non depauperarla rapidamente compie definitivamente l’opera e, quasi con sollievo, abbandono il mio tesoro a pochi metri dall’uscita, quasi senza rimpianti. Da questa esperienza ho imparato principalmente due cose: a lasciare alla grotta le sue robe e che le grotte possono essere molto interessanti. di questo dopo tutto devo ringraziare Massimiliano per avermi costretto a partecipare a questa avventura alle Piane con incrollabile insistenza.

Quindi ricapitoliamo, il mese d’inizio l’ho attribuito empiricamente a febbraio. Il giorno e’ perso per sempre ma, visto che tradizionalmente in grotta si va di domenica, poniamo fosse la prima domenica di quel mese, tanto per puntare un giorno. Tutto bene, manca solo l’anno…

Ma per l’anno aspettiamo ancora qualche attimo. Voglio terminare la quasi onirica storia della mia iniziazione alla speleologia, che ripeto, potrebbe essere frutto solo della mia fantasia.

Dopo l’avventura alle Piane l’entusiasmo di Massimiliano si e’ fuso col mio rendendo piu’ veloci gli accadimenti successivi. Ricordo una intensa giornata alla palestra di roccia a Fioranello ad imparare l’uso di strani attrezzi con strani nomi impossibili da ricordare. Questi attrezzi servivano per salire e scendere dalle corde, imparare a usarli era il passo successivo per poter proseguire il mio indottrinamento speleologico.

Il battesimo del fuoco in una grotta verticale lo ricordo come fosse oggi, ma non posso assicurare che prima ci siano state altre uscite preparatorie. Di questa uscita posso dire che sicuramente e’ stata quella che mi ha scolpito la speleologia nel cuore. Sempre Massimiliano, l’artefice della mia prima formazione, mi porta in un posto magico a Sant’Oreste, sul monte Soratte. Una montagna particolare che svetta senza un perche’ in mezzo alla piana del Tevere. E’ ricca di grotte e ancora oggi non smette di regalarci sorprese. In questo paese della cuccagna per speleologi ci sono delle grotte molto particolari, quasi un emblema del posto, si dice che siano conosciute sin dal tempo del’impero romano e sono le prime ad essere inserite nel Catasto grotte del Lazio. Si, parlo proprio dei Meri e in particolare del Mero Grande.

Il Mero Grande, chiunque faccia speleologia nel Lazio deve conoscerlo. E’ un affascinante buco verticale nella roccia profondo circa 90 metri. Quel giorno Massimiliano mi porto’ a scenderlo. Ando’ sicuramente avanti lui a sistemare la corda e poi io lo seguii. Non ho ricordi di timore o paura, ma probabilmente era solo l’incoscienza di un ventenne a nasconderla. Ricordo pero’ chiaramente che a un terzo circa della discesa mi fermai a guardare verso l’alto. Immaginate, ricordate con me: sono in un punto in cui la luce del giorno ancora riesce a raggiungermi, vedo la corda salire dritta e tesa sopra di me per poi sparire nella luce dandomi la sensazione di essere appeso al cielo. Uno sguardo sotto dove una lucina minuscola mi indica la presenza del mio amico e sento la potente voce silenziosa della grotta che mi chiama a scendere ancora.

E’ sicuramente in questo momento in cui ho sentito che la speleologia, l’andare in grotta in ogni sua forma e modo, sarebbe stato da allora in poi parte di me.

Questo e’ quanto posso dire della mia iniziazione come speleologo. Manca, come dicevamo, da definire l’anno. Di recente, grazie a un evento, ho aggiunto un tassello. Parliamo della Grotta Grande dei Cervi, ma riprenderemo il discorso piu’ tardi. Per giungere a definire l’anno in cui ho iniziato ad andare in grotta, nel tempo ho raccolto qualche dato grazie ai ricordi di vari amici e qualche scampolo di ricordo mio. Un punto fermo ce l’ho, tempo fa riordinando alcune carte, di cui ho perso di nuovo traccia, ho trovato la lettera del V° gruppo del C.N.S.A (la “S” di “e speleologico” doveva ancora venire) in cui si attesta che nel corso del 1987 avrei svolto l’anno di aspirantato per diventare volontario del Soccorso.

Quindi nel 1987 dovevo essere una speleologo minimamente autonomo nella progressione e abbastanza esperto, con almeno un paio d’anni di pratica alle spalle. L’anno inizia a definirsi.

Di questo anno sicuramente intenso ricordo ben poco. Sicuramente non e’ sfuggita alla mia mente l’ultima, tremenda, esercitazione. Eravamo in Campania, non ricordo in quale zona ne’ in quale grotta, allora il V° gruppo raccoglieva piu’ regioni quindi spesso le esercitazioni erano tenute fuori dal Lazio.

Per noi aspiranti questa esercitazione era la prova finale, dopo questa avrebbero deciso chi di noi sarebbe diventato volontario e chi no, c’era posto per tutti gli aspiranti tranne uno. Arrivammo la sera prima in un rifugio di montagna accolti da freddo, neve e un vento furibondo. Dormimmo nel rifugio, dico dormimmo anche se per me si tratta di una esagerazione poiche’ il rifugio aveva il pavimento in terra battuta e all’epoca io non possedevo un tappetino “dormiben” per isolarmi del freddo della terra. Inoltre il freddo esterno era appena stemperato dal timido fuoco di un caminetto, da cui ero lontano. Come se non bastasse il mio sacco a pelo era uno di quelli estivi, molto fresco d’estate ma poco, pochissimo utile d’inverno. Ricordo passai la notte sveglio tremando come una foglia. Per fortuna il giorno dopo la buriana era passata o magari dopo la notte terribile passata il freddo esterno mi sembrava piu’ accogliente. Venimmo suddivisi in piccole squadre operative come si soleva fare ai tempi. Capitai insieme a Marco, aspirante come me e con Marco, speleo e soccorritore gia’ esperto a sorvegliare noi pivelli. La zona della grotta che ci era stata assegnata era una minuscola cengia a circa meta’ di un ventoso pozzo da 70 metri. La nostra consegna era di attrezzare per il recupero della barella e quindi di attendere l’arrivo della stessa per tirarla su e farla proseguire. L’inizio fu facile, allora l’armo della grotta era fatto solo piantando spit a mano, una pratica che tiene sicuramente operativi e caldi. Arrivati alla nostra cengia, ancora incuranti del vento freddo, iniziamo a piantare spit per attrezzare il recupero della barella alternandoci nell’opera. Una volta terminato l’armo di recupero iniziamo ad attendere…attendere…attendere. Quando finalmente da sotto ci giungono rumori noi siamo letteralmente inebetiti dal freddo, ancora non lo sappiamo ma scopriremo poi di essere rimasti li’, in attesa, per quasi 12 ore! In qualche maniera ci riprendiamo e facciamo quel che dobbiamo. A me tocca ancora una fatica, accompagno la barella nel secondo tratto di salita del pozzo. A fine esercitazione scopro di essere stato scelto tra i volontari, ma non tanto per merito mio quanto perche’ il mio amico, e compare di aspirantato, Marco, durante l’uscita dalla grotta si e’ sentito male per il troppo freddo patito.

Questo e’ il primo indizio, nel 1987 avevo almeno 2 anni di esperienza. Stiamo forse parlando del 1985? Forse si, ma andiamo avanti col secondo indizio.

Questo e’ un ricordo donatomi da Nerone e riguarda il suo corso di speleologia, quello grazie al quale ha appreso i rudimenti delle tecniche speleologiche. Siamo nel 1986, tempo prima, chissa’ quando, Massimiliano ha lasciato il Gruppo Speleologico del Cai di Roma e si e’ unito allo Speleo Club Roma, io naturalmente l’ho seguito integrandomi ben presto nelle attivita’ del nuovo gruppo. Nerone frequenta il corso come allievo e io sono uno dei suoi istruttori. In quegli anni si era soliti concludere il corso con una bellissima uscita, quella alla grotta Antro del Corchia in Toscana, presso Levigliani. Non so da quanto fossi allo SCR ma, anche se la presentazione di Massimiliano aveva forse abbreviato i tempi non poteva essere pochissimo che frequentavo il gruppo per poter essere preso tra gli istruttori del corso. Comunque sia ero la’ quel giorno in cui entrammo in grotta. All’epoca si facevano ancora corsi molto numerosi, penso avessimo tra i 15 e i 20 allievi. Iniziamo la nostra gita come di consueto dalla “buca di Eolo”, una condotta ventosa. Non ricordo quando, non ricordo come ma dovevo aver gia’ fatto la mitica “traversata del Corchia Eolo-Serpente” almeno una volta per poterla conoscere abbastanza bene da non smarrirmi troppo nei labirintici chilometri (64km? Ma ora saranno anche di piu’) di questa grotta. Com’e’, come non e’ nell’ultima parte della traversata mi ritrovo solo alla guida di tutto il folto gruppo di allievi. Certo di sapere dove andare proseguo spedito, i pozzi da scendere sono terminati, si deve solo arriva al Pozzo Empoli, da salire. Il mio riferimento per girare verso destra verso la sala di partenza del pozzo e’ la corda della risalita per andare al “ramo dei romani”, ma purtroppo non la vedo e passo oltre. Dopo un altro quarto d’ora in cui non riconosco i posti che attraverso mi trovo con tutto il gruppo degli allievi in una sala dove ci sono vari arrivi, alcuni in salita, alcuni in discesa e persino una potente cascata. Per cercare di non creare il panico dico a tutti di stare calmi e aspettarmi sul posto senza muoversi mentre vado a controllare una cosa. Vado indietro di corsa, all’epoca ce la facevo anche a correre! In poco tempo ritrovo la corda del “ramo dei romani” e l’orientamento perso. Torno, sempre di corsa dagli allievi e trovo un caos indescrivibile, gente disperata buttata a terra, altri che tentano di risalire i pozzi (Nerone era tra questi!), qualcuno addirittura vicino alla cascata. Con un poco di fatica ricompatto il gruppo, lo rassicuro e in qualche minuto, assicuratomi di avere tutti, ripartiamo fino ad arrivare felici e contenti alla grande sala dove inizia il pozzo Empoli, sala che oggi credo sia parte del percorso turistico. Questo e’ quanto ho ricostruito grazie al ricordo di Nerone, ovvero di quella volta in cui l’ho fatto perdere dentro il Corchia!

Ricapitolando, nel 1986 sono istruttore in un corso SCR e conosco abbastanza bene (ma non troppo!) la traversata dell’Antro del Corchia Eolo-Serpente. Spero di non sbagliare troppo attribuendomi almeno un anno pieno di esperienza.

Ma proseguiamo con un nuovo indizio scoperto da poco. A novembre 2024 e’ stato celebrato il trentesimo anniversario della scoperta della grotta Grande dei Cervi in quel di Pietrasecca. Questo evento mi ha portato alla mente un altro episodio delle mie prime esperienza speleologiche. In quel periodo la grotta era in esplorazione e Massimiliano, che era tra gli scopritori, mi invito’ ad accompagnarlo per una visita al sifone finale. All’epoca la mia attrezzatura era approssimativa, figuratevi che utilizzavo un discensore autocostruito da un socio (non ricordo se del CAI o delllo SCR), senza clicchetto di apertura, ad ogni frazionamento andava smontato dal moschettone per effettuare la manovra. Al posto della maniglia per la salita avevo uno shunt, meno costoso ma di utilizzo laborioso. I miei vestiti erano ancora quelli delle Piane e coprivo il tutto con l’immancabile Kway azzurro. Massimiliano, sapendo che la grotta, per arrivare al sifone era un lungo meandro allagato di fango fino alla vita, ebbe pieta’ di me. Avviandoci all’ingresso della grotta incontrammo uno speleo dall’allegria nervosa ma contagiosa (oggi e’ il mio amico Claudio) e Massimiliano con disinvoltura gli chiese di prestare a me la sua tuta in PVC…e lui accetto’! Con molta emozione indossai quindi per la prima volta una tuta speleo per andare ad ammirare dei posti meravigliosi. Grazie Claudio e grazie Massimiliano.

Questi i miei tre preziosi indizi per ricostruire una storia perduta. Alla fine forse avrei potuto scegliere come anno d’inizio anche il 1984 e darmi un anno in piu’ di esperienza in cui “diluire” gli indizi ritrovati, ma diciamo che il 1985 va benone. Ricapitolando, abbiamo detto che si trattava del mese di febbraio, molto probabilmente agli inizi. Consultando il calendario dell’epoca ho deciso di fissare la data alla prima domenica del mese, il 3 febbraio 1985.

Per la felicita’ di tutti quindi la data in cui festeggero’ i miei (primi) 40 anni di speleologia sara’ il 15 febbraio 2025, che viene convenientemente di sabato. Ancora e sempre, alla prossima.

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FSL, il trentennale – 15/12/2024

A pranzo con tanti amici per festeggiare i primi trent’anni della Federazione Speleologica del Lazio, FSL (eFfeeSseeLle) per chi e’ in confidenza!

La giornata prevede anche la visita del bunker del Soratte, sia a piedi che col trenino ma per questa volta Betta ed io ci asteniamo preferendo partecipare solo al pranzo.

Verso l’ora stabilita ci vediamo con tutti gli altri convenuti alla piazzetta di Sant’Oreste e dopo i saluti prendiamo la strada dove e’ indicata “La Terrazza di Marisa”, il ristorante dove festeggeremo il trentennale della FSL.

Prendiamo possesso di un paio di sedie e poi inizio il mio reportage fotografico della giornata con una foto che riprende Betta e un motto che mi strappa un sorriso.

Pian pianino la sala si riempie, c’e un tavolino separato dove si sono accomodati Luciana e Piero con Stefano e Antonella.

La tavolata principale e’ ancora semivuota. Antonella ne approfitta per una chiacchiera con Lorenzo.

Ecco Antonella in tutta la sua esuberante belta’.

La tavolata si anima e purtroppo inizia a rivelarsi meno capiente del desiderato.

Ne fanno le spese Arianna e Cristiano che arrivano un poco piu’ tardi del resto del gruppo e si ritrovano senza posto a sedere.

Ben compattati ma senza perdere l’allegria il pranzo ha inizio con qualche parola di Piero in qualita’ di Presidente della FSL.

Fotografo Rosa che fa la fotografa.

Il tavolo VIPs!

Il pranzo, dopo una partenza confusa e complicata per la sistemazione dei partecipanti, inizia e procede senza problemi, allegro e caciarone come si deve.

A fine pasto Piero ci presenta la cuoca del ristorante che si e’ riconosciuta con emozione una delle ex-allieve del professor Piero.

Dopo l’allegro pranzo prendiamo commiato dai simpatici ristoratori che ci hanno ospitato e usciamo al freddo di Sant’Oreste. Un bel vento gelido ci accoglie all’esterno e non ci permette di sostare molto a completare le chiacchiere fatte a tavola.

Salutiamo tutti e torniamo a rifugiarci in auto per riprendere la strada di casa. Ispirati da un incontro con Silvana e Luciano, anche loro a prendere la macchina dopo il pranzo assieme, facciamo una sosta intermedia prendendo il sentiero per i celeberrimi Meri , dove alcuni soci del GsCaiRoma sono andati a cimentarsi con i loro spettacolari pozzi.

Non arriviamo a salutarli perche’ la strada e’ dissestata nell’ultimo tratto, lasciamo i nostri saluti a Silvana e Luciano. Senza fretta ritorniamo in dietro e prendiamo infine la strada di casa.

Un pranzo in buona compagnia per festeggiare una bella ricorrenza, il trentesimo compleanno della FSL. Alla prossima.

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Piccola Creta 14/12/2024

Con Giuseppe a prendere una bagnata epica. All’esterno Fabrizio e Gabriele per manovrare gli strumenti “radiologici” inventati da Fabrizio per individuare il secondo ingresso della grotta.

La mattina arriviamo sperando in una temperatura ghiacciata per poter sperare in un po’ meno acqua nella grotta. Purtroppo quando arriviamo al parcheggio troviamo che i 10 cm di neve raccontatici da Nerone nei giorni scorsi sono solo un ricordo, pessimo indizio. Ma Giuseppe ed io, sprezzanti della situazione avversa iniziamo a prepararci.

All’ingresso si vedono bene i pochi rimasugli di neve rimasti.

Finiamo di prepararci, Fabrizio ci fa uno spiegone su come usare gli strumenti “radiologici”, una scatola con un filo che fa d’antenna e una radio. Terminiamo mettendoci d’accordo che accenderemo scatolo e radio per le una, diciamo tra le una e le una e trenta. Giuseppe regola il suo orologio, una foto insieme e poi si entra.

Prima di entrare col mio zaino enorme e pesantissimo recupero la fotocamera e faccio una foto di saluto ai miei amici.

Non mi viene di fare foto oggi. Questa grotta oramai l’ho fotografata in ogni centimetro, penso che possiamo fare a meno di altre. La sfodero alla partenza del P25 mentre Giuseppe passa la parte stretta.

A meta’ pozzo mi urla la libera, l’ho avvertito di fermarsi perche’ altrimenti potrebbe avere una brutta sorpresa, la corda che si interrompe a 5 metri dalla base! Appena arrivo tiro fuori la corda portata per sostituire quella lesionata e armeggio per sistemarla. Quando il risultato mi soddisfa lascio il passo a Giuseppe per proseguire. In corrispondenza dello sperone di roccia che ha lesionato la corda mi fermo a sistemare meglio il deviatore aggiuntivo messo la volta scorsa. Lo osservo terminando la discesa, ora mi sembra vada bene, la corda non tocca piu’.

La pigrizia da foto che mi ha preso oggi mi fa dimenticare anche di salutare Giuseppe che si ferma alla risalita delle stalattiti di fango per allargare la prima parte, quella dove l’altra volta ho avuto difficolta’ a salire.

Io lo saluto e proseguo per la risalita. Passo il solito cunicolo con qualche sbuffo perche lo zaino non vuole proprio collaborare e si incastra dovunque. Mentre lo maledico a gran voce formulo il pensiero: “Mai piu’, va bene uno zaino pesante ma non cosi’ largo e ingombrante”.

Mentre salgo incontro un pipistrello che riposa. Per non disturbarlo troppo passo velocemente facendogli una foto con meno illuminazione possibile. Non viene granche’ ma almeno il pipistrello non sembra dare segni di stress.

Alla cengia che chiamo pomposamente “campo base” svuoto lo zaino di tutto quello che posso lasciare. Da lontano mi arriva l’urlo di Giuseppe, e’ l’una quindi accendo gli attrezzi “radiologici” e li sistemo per portarli con me. Lo scatolo me lo appendo all’imbrago, con la radio provo a trasmettere un messaggio ai miei amici e poi la attacco al porta-materiali.

Quando mi sembra di avere tutto, inizio a salire. Dopo tante pedalate sotto l’acqua inizio a vedere la meta. Sono sotto al restringimento dove tolsi il cordino in kevlar di Giulio.

Passandolo rammento l’avvertimento di Angelo, in effetti nel primo tratto la corda tocca. In effetti con molta attenzione lo si potrebbe evitare, ma dopo l’episodio della corda lesionata sul P25, giudico che e’ meglio non rischiare. Passo il punto critico guardandomi attorno per vedere come risolvere. Uno dei fix della risalita sembra fare al caso mio. Proseguo ma col proposito di sistemare l’armo al ritorno.

Alla cengia di Giulio mi fermo a prendere fiato. Decido di salire il passaggio stretto sopra di me usando la corda e non arrampicando. Lo faccio ma con difficolta’, quindi una volta sopra metto un nuovo attacco per rendere piu’ agevole il passaggio.

Avanti a me, a circa 3 metri vedo l’anello messo da Angelo per la salita. Mi viene da sorridere, e’ sotto una fontana di pioggia che vien da sopra, non ci penso nemmeno ad avvicinarmici.

Prima di proseguire mi fermo a spostare i massi pericolanti che sono tra me e la prosecuzione della risalita. In qualche minuto di fatica riesco a spostarli dove no posso far danno. Mentre termino di sistemare i massi in uno spiazzo alla mia destra noto un buco a un metro da terra. Mi affaccio me non mi sembra nulla di che. Proseguo.

Guardo il tratto da risalire. Il punto centrale scelto da Angelo la volta scorsa non e’ certamente praticabile, pero’ spostandomi sulla sinistra si puo’ salire stando relativamente asciutti. “sbambolino” la corda lasciata da Angelo e inizio. Vado avanti senza particolari problemi e salgo mettendo i cinque attacchi che avevo portato. Solo ora mi accorgo di una “piccola” dimenticanza…non ho portato altri fix oltre quelli che avevo predisposto sulle piastrine. Poco male, mi dico, inizio ad essere stanco, bagnato e infreddolito. Con un sospiro guardo la parte di risalita che rimane da fare e provo a fare qualche foto per documentare.

Le foto non vengono molto bene ma in compenso io finisco di bagnarmi a puntino sotto una doccia d’acqua ghiacciata. Prima di mollare provo di nuovo a trasmettere un messaggio via radio ai miei amici all’esterno ma la radio rimane muta.

Fatto quel che dovevo sistemo la corda per proseguire il lavoro la prossima volta e scendo disarmando gli attacchi, ora superflui, usati per la risalita. Come mi ero ripromesso passando in discesa faccio una sosta per sistemare il deviatore. Non avendo cordini faccio una catena di maglie rapide a cui aggiungo il moschettone per il deviatore. Non bellissimo ma funzionale, la corda ora non struscia piu’. Magari la prossima volta ci metteremo un cordino.

Al campo base rifaccio lo zaino e scendo all’inizio della risalita. Quando arrivo chiamo Giuseppe per sentire come gli va. La sua voce mi sembra arrivare dalla parte opposta da dove dovrebbe arrivare ma immagino sia dovuto alle proprieta’ acustiche della grotta in questo punto. Con qualche sbuffo e molte maledizioni allo zaino, passo il cunicolo in senso contrario. Quando ne esco chiamo nuovamente Giuseppe e invece di vedere la sua luce alla risalita delle stalattiti di fango, me lo ritrovo alle spalle alla partenza del cunicolo. Mentre mi raggiunge mi racconta che finito il suo lavoro alla strettoia e’ venuto a cercarmi. Non ricordando bene cosa gli avevo detto ha dapprima sceso una parte del P65 rendendosi subito conto di aver preso una via sbagliata. Risalendo ha visto il cunicolo e ci si e’ infilato ma senza vedere la corda della risalita. Ha cosi’ seguito il meandro per quei pochi metri fino a dove lo abbandonammo anni fa. Vabbe’, penso, male non fa, ha visto una parte della grotta che non conosceva.

Una volta di nuovo insieme lo saluto di nuovo per iniziare a salire il P50 mentre lui termina di raccogliere le sue robe e ricomporre lo zaino. Appena inizio a salire mi accorgo che, se all’andata l’acqua era molta, ora e’ diventata una cosa incredibile, impossibile da evitare. Con rassegnazione salgo sperando di riuscire a tenere un passo di salita tale da non farmi doppiare da Giuseppe, che e’ molto piu’ allenato di me. Con non poco fatica ma molta soddisfazione ci riesco, anche se proprio al limite. In pratica lui e’ partito un buon 5 minuti dopo di me e siamo arrivati quasi assieme. Posso accontentarmi!

Prima di partire per il P25 faccio un paio di foto al mio amico, lasciandogli poi il compito di “imbambolinare” per benino la nuova corda appena sistemata sul P25.

Alla partenza del P25 la solita strettoia mi fa consumare la scorta annuale di imprecazioni contro il mio zaino mastodontico che ama incastrarsi ovunque. Anche i passaggi stretti successivi prendono la loro robusta razione.

Pero’ alla fine, anche stavolta, ne esco…stanco, bagnato fino al midollo ma soddisfatto.

Un saluto frettoloso a Fabrizio e Gabriele poi corro alla macchina a cambiarmi prima di ghiacciare. Mentre mi cambio i vestiti zuppi Gabriele mi aggiorna sui nostri esperimenti. Il ricevitore “radiologico” che ho portato in giro appeso all’imbrago pare non aver dato segnali al ricevitore all’esterno. La radio da loro si e’ animata un paio di volte ma senza poi riuscire a comunicare. C’e’ ancora da lavorare sullo strumento, mentre per la radio c’e’ da vedere se salendo piu’ in alto dara’ segni di vita.

Dopo esserci cambiati ci muoviamo per fermarci al bar a bere qualcosa di caldo. Mentre sorbivamo le nostre bevande mi capita di vedere persone che si accomodano nella zona ristorante con l’evidente intenzione di mangiare. Chiedo ai miei amici se per caso sono interessati ad uno spuntino e sembrano essere d’accordo. Visto che sono solo le 6 del pomeriggio scateno Gabriele per chiedere se fosse possibile mangiare qualcosa anche per noi. Pare di si, la cuoca ha “solo” polenta con salsicce e spuntature da offrire ma per noi va piu’ che bene. Ci accomodiamo.

Facciamo onore a quanto ci portano chiacchierando della giornata appena trascorsa e dei prossimi esperimenti “radiologici”. La fame e’ tanta e questo e’ quanto rimane della polenta e le spuntature dopo qualche minuto.

Dopo il lauto spuntino arriva il momento del commiato. Ci salutiamo e ognuno va perla propria strada di casa, Gabriele ed io allunghiamo leggermente per passare al magazzino e posare il materiale sopravvissuto alla grotta. Troviamo Nerone ad attenderci e ci soffermiamo con lui per aggiornarci a vicenda, lui oggi e’ andato a Sezze con Elia per un incontro sull’archeologia.

Il ritorno e’ quieto e senza traffico. Ancora una giornata decisamente bagnata ma non senza soddisfazioni. Alla prossima.

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Ricognizione a Vulci – 07/12/2024

Con Martina, Laura, Federica, Maria, Claudio e Gabriele a cercare grotte vicino al fiume Fiora.

Dopo un lungo viaggio in macchina arriviamo al castello dell’Abbadia, o di Vulci, che sorge nei pressi di Canino. Ci fermiamo per una rapida visita.

Ecco il castello in tutto il suo splendore.

Non andiamo dentro al castello ma ci dirigiamo a un ponte molto panoramico.

Ci saliamo e ci fermiamo in mezzo per ammirare il fiume Fiora che scorre sotto di noi.

Dopo la breve parentesi culturale torniamo alle auto e andiamo per strade bianche a cercare il punto dove ci fermeremo per iniziare la ricognizione. I miei amici sono gia’ venuti una volta quindi si orientano benone. Per me, alla prima visita del posto, sembra tutto uguale.

Un rapido cambio di scarpe, sistemo un paio di cose utili nello zaino e sono pronto a seguire i miei amici.

Dopo un breve tratto sulla sterrata prendiamo un sentiero in discesa che ci porta all’inizio di un’ampia spianata bordata a destra da una parete in travertino e a sinistra da un bosco di querce, davanti a noi si intuisce il fiume Fiora. La parete gia’ dall’inizio sembra promettere bene.

Il primo buco da guardare con attenzione lo scopre Laura. Un piccolo scavernamento che nasconde un pozzo.

Sotto al pozzo si intuisce una sala.

Laura si prepara e scende in esplorazione. La sala sotto non e’ grande, ma nell’insieme la grotta e’ catastabile, lo conferma anche Gabriele facendo la scansione 3D col fido Lidar.

Subito sulla destra del buco scoperto da Laura ce n’e’ un altro di cui si occupa Martina. Anche quello si rivela catastabile.

Ancora piu’ a destra c’e’ un altro buco, vado a darci uno sguardo. Dopo un ingresso ampio si stringe in un cunicolo che sarebbe da vedere meglio ma una cacca di qualche animale posata proprio in mezzo al passaggio mi convince a desistere. La indico ai miei amici prima di muovermi per altri posti ma nessuno prende atto della mia scoperta quindi, anche se probabilmente sarebbe catastabile, ritorna presto nell’oblio.

Come dicevo passo dai miei amici prima di allontanarmi e li trovo in attesa che Gabriele termini con la scansione 3D della seconda grotta.

Continuo a spostarmi lungo la parete tra alberi, rami spinosi e altre piacevolezze. Ogni tanto trovo un buco che sembra interessante ma che poi si rivela un nulla di fatto.

Una bottiglia concrezionata.

Dopo un passaggio impervio trovo ancora un buco interessante e aspetto con pazienza che Laura mi raggiunga per vedere se ci passa per dare uno sguardo. Laura indossa il casco e si infila dentro…anche questo e’ un buco nell’acqua.

Alla ricerca di altre grotte mi inoltro tra alberi e rovi. Alla mia sinistra una sorgente forma un fiumiciattolo con abbondanti rovi, a destra salgo a cercare un passaggio fino ad arrivare ad un pianoro. Proseguo andando avanti ma ora sto costeggiando la parete dall’alto e non riesco a trovare un punto dove scendere di nuovo alla base.

Quando arrivo a vedere dall’alto il fiume Fiora mi arrendo e torno sui miei passi.

Ricongiuntomi con somma fatica a i miei amici li trovo proprio mentre Claudio riesce a creare un varco tra i rovi a colpi di roncola cosi’ da poter raggiungere Maria. Proseguiamo quindi tutti assieme lungo la piana che poco prima ammiravo dall’alto. Ora la sorgente me la trovo sulla destra e vedo che ogni tanto forma simpatiche pozze.

Eccoci al fiume Fiora, Gabriele e’ avanti e si dirige senza indugi in un punto che avevano visto nella precedente visita.

Ecco il fiume, e’ circa la stessa inquadratura che avevo visto nelle foto di Gabriele.

Qua il Fiora fa un’ampia curva, il posto e’ uno spettacolo, ci fermiamo ad ammirarlo.

Raggiungiamo Gabriele che trovo chino in uno sgrottamento a esaminare cocci. Me li mostra, non mi sembrano molto antichi ma non sono in grado di andare oltre un’impressione. Mentre lui li fotografa con attenzione io mi guardo intorno.

Vedo Claudio che si inerpica su una catasta informe di legno, va a cercare avanti. Lo seguo per un pezzo ma poi lascio perdere, troppo intricato. Torno indietro.

Trovo il resto del gruppo piu’ o meno affaccendato, chi fa spuntino, chi studia le rocce, chi come me fa nulla di particolare.

Pero’ l’idea di poter proseguire lungo la parete mi alletta quindi dopo un po’ riprovo, ma passando piu’ vicino alla riva del fiume.

Qua in effetti si passa abbastanza agevolmente e riesco ad andare oltre il punto intricato, ma solo per scoprire una bella parete senza buchi degni di nota. In compenso quando torno indietro mi accorgo che quando eravamo fermi a fare foto in corrispondenza della curva, sotto di noi c’era un buco interessante. Ne vedo anche un altro poco piu’ a destra che vale la pena vedere da vicino. Avverto Claudio e insieme andiamo a dare uno sguardo.

Radici trasformate in roccia.

Mentre io recupero la corda e la sistemo, Claudio disarrampica e va a vedere.

Non appena messa la corda lo raggiungo e gli lancio la fotocamera cosi’ puo’ documentare l’ennesina grotta mancata.

Per questa foto devo ringraziare Maria, l’ha scattata per memorizzare quanto dubbio fosse per lei il mio armo, a nulla sono valse le mie rimostranze e la prova di persona.

Claudio, dopo aver ripreso la mancata grotta fa una foto anche a me, una volta tanto ci sta bene.

Con la prima grotta ci ha detto male, andiamo a vedere la seconda.

Una foto di commiato.

Simpatiche formazioni di roccia.

Ritorniamo su, smontiamo la corda e ci spostiamo piu’ in la’ a cercare un punto dove scendere. Lo trovo quasi subito e anche se non e’ comodissimo riesco a tornare a livello del fiume.

Con qualche sforzo riesco anche a sporgermi per fare una foto alla possibile grotta ma nulla di piu’. Per essere certi che di grotta si tratta si dovrebbe scendere in acqua e non mi pare questa l’occasione giusta.

Tornando sui miei passi incontro Claudio che stava scendendo a sua volta. Lo aggiorno e intanto adocchio una forse-grotta. Vado a guardare dentro.

Dopo un paio di metri in comoda salita il buco prende decisamente per la verticale, salendo stringe. Forse potrebbe anche essere catastabile ma non mi sembra ne valga la pena. La lascio al suo destino.

Ritornati alla piana mi ritrovo con Federica e Maria, il resto del gruppo e’ tornato indietro alla parte da cui venivamo per provare a trovare un passaggio da questo lato ed esplorare la base della parete.

Noi decidiamo che e’ ora di andare a vedere un buco che si intravede all’altro lato della piana.

Arrivati in prossimita’ del buco in parete la vegetazione inizia a mostrarsi ostile, vado avanti tra canne e rovi e ben presto mi accorgo di essere rimasto solo. Maria ha abbandonato la tenzone e Federica e’ tornata indietro a tenerle compagnia.

In breve; traverso molti punti impervi e alla fine trovo un paio di buchi in parete non investigabili senza attrezzatura, trovo tre piccole sorgenti da cui risorge anche qualcosa tipo nafta o simili. Prendo le foto che posso e torno indietro. Quando sono quasi uscito per tornare alla piana vengo raggiunto da tutto il resto del gruppo di ritorno dalla parete di partenza. Spiego loro cosa ho trovato e indico la “strada” che ho seguito, poi li lascio per andare a raggiungere Maria.

Approfitto della sosta per fare un veloce cambio maglietta, quella che ho usato finora e’ fradicia di sudore, ora che la giornata avanza inizia anche a fare piu’ freddo, non e’ cosa buona averla addosso.

In pochi minuti il gruppo si ricompone.

Maria e Gabriele studiano le mappe che si sono portati mentre con Claudio ne approfittiamo per una foto spiritosa.

Amiche di casco.

Qua si studia forte.

Claudio e Laura, la strettoista della giornata.

Finita la pausa riprendiamo a camminare per tornare alle macchine. Attraversiamo un “bosco” di sterpi secchi di chissa’ quale pianta fino a uscire nei pressi del sentiero che porta alla sterrata dove sono parcheggiate le auto.

Foto a Claudio mentre fotografa il nulla.

Sara’ caccia se si va in giro con la roncola?

Un rapido spostamento con le vetture ci porta al nuovo punto di sosta dove prendiamo un comodo tratturo in piano che ci portera’ ad una parete dove ritrovare grotte gia’ in catasto. Una, la piu’ importante, a quanto dice Gabriele, e’ quella di Don Simone.

Arriviamo col sentiero fino ad affacciarci alla parete che cercavamo quindi pieghiamo a sinistra fino a incontrare un muretto. Qua Maria, che inizia a sentire la stanchezza, ci abbandona per tornare all’auto.

Poco dopo il muretto c’e’ un punto in cui e’ possibile scendere alla base della parete. Troviamo subito una delle grotte da ricercare, le faccio qualche foto anche se non ne registro il nome.

Poco piu’ avanti troviamo la grotta di Don Simone. Gabriele entra subito e inizia a farne il rilievo 3D.

Entro a dare uno sguardo veloce, ma non sono interessatissimo e poi non voglio intralciare il lavoro di Gabriele quindi lemme lemme torno indietro salendo l’incerto cumulo di sassi che sovrasta l’ingresso della grotta. Per non creare pericolo ai miei amici di sotto allargo leggermente il giro per non rischiare di smuovere sassi.

In un paio di minuti sono sulla verticale dell’ingresso, prendo a riferimento questo sasso particolare per ritrovare il punto un domani.

Vado ad affacciarmi alla parete per vedere cosa combinano i miei amici. Arrivo poco dopo un piccolo incidente, qualcuno ha imitato il mio giro ma con meno accortezza, un sasso e’ scivolato giu’ e ha preso Federica su una coscia. Per fortuna sembra non si sia fatta male seriamente ma un poco di nervosismo cala sul gruppo.

Vado avanti a cercare la grotta successiva ma non trovo un punto consono per scendere. Visto che quella che cerchiamo si chiama Grotta del lago immagino sia li’ sotto e sinceramente non me la sento di scendere fin laggiu’, quindi ritorno sulla piana e mi stendo comodo ad aspettare i miei amici, che infatti non tardano ad arrivare.

Riprendiamo il comodo tratturo in senso inverso mentre la sera inizia a impadronirsi della giornata.

Arriviamo alle auto che il sole sembra intenzionato a tramontare. Faccio ancora una foto mentre Federica si medica l’escoriazione sanguinolenta prodotta dal malcapitato incontro col sasso.

Mentre torniamo indietro con le macchine omaggio il sole quasi dormiente di un’altra foto.

Ci fermiamo a Montalto di Castro a fare uno spuntino, cerco di riprendere la riunione conviviale ma la fotocamera e’ stanca e il risultato non e’ dei migliori.

Al ritorno approfittando del fatto che sono sui sedili posteriori mi sistemo comodo e lascio a Federica il compito di intrattenere Maria mentre guida. Mi godo un bel riposino post-ricognizione svegliandomi praticamente sotto casa. Una bella giornata, con brivido finale. Alla prossima.

Pubblicato in Uncategorized | Commenti disabilitati su Ricognizione a Vulci – 07/12/2024

Pozzo Pasqualitti – 01/12/2024

Tanto per cambiare oggi si va con Nerone e Gabriele a scavare Pozzo Pasqualitti, una grotta che Nerone ed Elia esplorarono piu’ di 20 anni fa.

La mattina verso le 11, dopo tutte le soste canoniche Gabriele e io arriviamo allo spiazzo in curva sulla strada per Jenne, vicino a Piccola Creta. Nerone e’ gia’ li’ da almeno un’ora e ci ha aspettati godendosi il sole e appestando l’aria con la sua pipa nuova.

Al piacevole tepore del tiepido sole di oggi iniziamo a prepararci.

Appena pronti Nerone col suo zaino autocostruito ci fa strada verso la grotta.

Cammina cammina arrivo nel punto dove ricordo di essere passato tempo fa (un paio d’anni?) durante una passeggiata con Alessia, Luca e Corrado. Passiamo accanto al buco che avevamo erroneamente scambiato per Pozzo Pasqualitti e proseguiamo fino a trovare il vero ingresso. A dire il vero questo buco lo aveva trovato Alessia anche al tempo della nostra passeggiata ma non ci era sembrato degno di nota…mai sottovalutare una depressione nel terreno da queste parti!

Nerone si avvicina al buco apparentemente insignificante e ci fa notare un foro nella terra da cui in effetti tira un filo d’aria.

Subito ci prepariamo e iniziamo a scavare via terra e sassi per fare spazio.

Gia’ dopo nemmeno un’ora di scavo e tanti sassi tolti il buco assume delle dimensioni confortanti anche se non ancora umanamente percorribili. Si inizia ad intravedere un pozzo che scende e alla prova dei sassi sembra piu’ lungo di una decina di metri.

Visti i bei risultati gli scavi proseguono con impegno e, dopo un’altra ora di scavo, l’ingresso appare stretto ma praticabile.

Oggi sono stato l’unico del trio a portare l’attrezzatura quindi, anche se non ho tanta voglia di lasciare il bel sole odierno, inizio a prepararmi per esplorare la ritrovata grotta. Nerone non ricorda bene ma sembra che ci fosse un pozzo di circa 6 metri. Per l’occasione ho portato la tuta “bella” e appena indossata mi faccio fare una foto per documentare.

Riprendo la fotocamera e noto che la mia bussola, quella che tenevo legata al filo della fotocamera…non c’e’ piu’. Devo averla inavvertitamente strappata via durante l’ultimo giro a Piccola Creta. Peccato. Una foto ai miei amici prima di andare.

Finisco di sistemare la corda armando fuori su un sassone e appena sulla verticale del pozzo con un fix. Entro. Il passaggio iniziale per me e’ impegnativo, ma la gravita’ aiuta, vedremo al ritorno quante imprecazioni mi fara’ consumare. Il pozzo scende verticale, inizialmente stretto ma non troppo. Dopo circa 5 metri si allarga, non in maniera eclatante ma sicuramente diventa molto piu’ comodo. Scendendo, come sempre, faccio cadere eventuali sassi pericolanti o instabili.

Alla base del pozzo un piccolo cono di terra fresco fresco, tutta roba caduta durante il nostro scavo. Il resto del piano e’ ingombro di sassi sia caduti ora che nei tempi andati. Sulla parete trovo un simpatico ragnetto che cerco di fotografare mentre lui scappa precipitosamente dalla mia luce.

Non mi sembra di sentire aria venire tra i sassi della base del pozzo. Forse in un paio di punti potrebbe esserci un buco interessante. Provo a scavare nel primo ma senza trovare alcunche’ di interessante.

Anche il secondo dopo un rapido scavo non sembra poter dare soddisfazione immediata.

Mentre sono li’ sconsolato a guardare il cumulo di sassi e terra che dovremmo tirare fuori per verificare l’esistenza di una prosecuzione sento qualcosa cadermi addosso. Con le imprecazioni adeguate al caso mi rivolgo ai miei amici fuori per raccomandare loro, con parole fiorite, di fare attenzione a non tirarmi roba da sopra. Mi risponde la vocina di Gabriele spiegando che mentre tentava di fare il rilievo col Lidar del suo fantastico cellulare gli sono caduti gli occhiali. Sono loro ad essermi caduti addosso, causandomi piu’ spavento che danno. Guardo in giro nel paio di metri quadri che sono la base del pozzo e in effetti trovo gli occhiali di Gabriele. Manca una lente. Guardo ancora con maggiore attenzione ma trovo nulla. Ripongo quel che resta degli occhiali nel taschino per riportarli al proprietario.

Avverto fuori che inizio a salire e che, una volta nei pressi dell’ingresso dovranno darmi una mano. Salgo controllando le pareti per togliere eventuali sassi pericolanti che mi fossero sfuggiti durante la discesa. Nemmeno due metri dalla base del pozzo, su una sporgenza di roccia trovo anche la lente mancante, ripongo anche lei nel taschino.

A un metro dall’ingresso trovo una bella sorpresa, una spaccatura laterale sembra portare ad un pozzo parallelo. Alla prova del sasso sembra profondo almeno come quello gia’ sceso. Cerco di dargli una allargata col mio fido martello ma ben poco riesco a fare. Anche affacciarmi sulla verticale del pozzo risulta difficile quindi mi astengo. E’ sicuramente interessante perche’ l’aria sembra uscire da la’. Per ora mi limito a fare una foto all’imboccatura del pozzo. Lo ispezioneremo la prossima volta.

Prima di sistemarmi per tentare l’uscita faccio anche una foto a un altro ragno con i suoi bozzoli, magari a qualche appassionato possono interessare.

Prima di affrontare lo stretto per uscire chiedo l’aiuto dei miei amici. Nerone si affaccia sul pozzo e gli spiego che voglio passargli tutti gli ingombri possibili prima di uscire. In rapida successione gli passo gli occhiali di Gabriele, la fotocamera e la bandoliera con gli attrezzi.

Senza orpelli addosso l’uscita e complicata ma non scomodissima, qualche sbuffo e sono fuori.

Aggiorno per bene i miei amici poi propongo un’ultima fatica, l’ulteriore allargamento dell’ingresso. La proposta viene accolta e sbrighiamo la faccenda in pochi minuti. Subito dopo iniziamo la raccolta di rami (“filagne” in sublacense) per coprire l’ingresso e fare in maniera che gli animali al pascolo evitino di caderci dentro…e anche per evitare che pastori prudenti possano decidere di chiudere di nuovo la grotta.

Fatto il nostro dovere al meglio delle nostre possibilita’ iniziamo a ricomporre gli zaini. Recuperando la corda diamo una misura approssimativa della profondita’ del pozzo sceso oggi. Si tratta di un P16.

Un ultimo saluto alla grotta riscoperta e ora di nuovo celata.

Nerone ci guida verso le auto, sinceramente non ricordo piu’ la direzione migliore da prendere per tornare indietro. So all’incirca dove troverei la strada ma sicuramente allungherei il percorso, meglio seguire Nerone.

Una veloce sgambata e siamo alla strada.

Una foto agli amici ci sta sempre bene.

Eccoci alle auto.

Visto che devo appartarmi un attimo ne approfitto anche per un saluto a Piccola Creta. Ciao, ci si vede presto.

Mentre mi cambio Nerone si gusta una pipata. Insieme commentiamo la proficua giornata odierna, ben contenti dei risultati.

Il ritorno e’ tranquillo anche se, essendo domenica, con un po’ piu’ di traffico rispetto al solito. Alla prossima.

Pubblicato in Uncategorized | Commenti disabilitati su Pozzo Pasqualitti – 01/12/2024

Piccola Creta – 23/11/2024

Con Linda, Silvana, Angelo, Luciano e Luca per proseguire le esplorazioni. Supporto esterno di Laura, Martina, Gabriele, Claudio alla ricerca di pozzo Pasqualitti. Nerone macchina rotta.

Come sempre anche oggi entreremo in grotta insieme, siamo in 6, dividendoci poi in tre squadrette da due, ognuna in un posto differente perche’ cosi’ si evita di stare inattivi e prendere freddo. Luca ed io andremo a terminare l’allargamento del P20 nuovo, Silvana e Luciano proseguiranno il lavoro alla risalita delle stalattiti di fango mentre Linda e Angelo saranno impegnati alla risalita Tommolino.

Visto che faremo piu’ attivita’ in posti differenti, vedremo anche cose differenti, per questo motivo ho estorto ai miei amici la promessa di una breve relazione da inserire nella mia, qui presente. Le troverete continuando nella lettura!

Con una giornata cosi’ bella cosa puo’ andare storto? Qualcosa di sicuro, iniziamo subito bene, mentre facciamo colazione al bar Cicchetti mi telefona Nerone dicendo che e’ fermo con la macchina alla prima curva dopo l’ospedale perche’ il motore ha iniziato a fumare.

Noi della macchina di Claudio, cioe’ Martina, io e Claudio terminiamo velocemente la colazione e lo raggiungiamo. Purtroppo per la macchina si puo’ fare nulla, Nerone e’ in attesa del carro attrezzi per portarla dal meccanico.

Prendiamo in consegna il materiale per la giornata che ci stava portando alla grotta e a malincuore lo lasciamo.

Altro appuntamento lo facciamo a Livata per prendere del cibo.

Alla grotta troviamo il mitico quartetto GsCaiRoma che vi presento in ordine di apparizione, abbiamo Linda, Angelo, Silvana e Luciano. Sono arrivati prima di noi e sono gia’ pronti.

Senza perdere altro tempo ci prepariamo anche noi e nel termine di una mezz’ora siamo pronti, nel frattempo il resto del gruppo, formato da Martina, Laura, Gabriele e Claudio, che andranno alla ricerca di Pozzo Pasqualitti, sono arrivati e si godono il bel sole chiacchierando vicino l’ingresso della grotta in attesa che anche Luca ed io entriamo.

Scendiamo velocemente e raggiungiamo i nostri amici alla partenza del P50, ovvero raggiungiamo Silvana proprio mentre sta partendo.

Scendo in parallelo con Silvana godendomi insieme a lei l’intenso stillicidio che ci dona oggi il P50, per fortuna che anche oggi ho indossato il fido impermeabile.

Arrivo alla base del P50 che Angelo e Linda sono gia’ andati avanti verso la risalita ma in tempo per salutare Luciano che si appresta a salire per raggiungere la risalita delle stalattiti di fango.

Arriva anche Silvana che a breve raggiungera’ Luciano.

Come sempre mi prendo un momento per una foto alle stalattiti di fango.

Mentre mi diletto, arriva anche Luca.

Una volta assieme salutiamo Silvana e Luciano e andiamo alla risalita Tommolino dove andremo a scendere il P20 per finire di allargarlo.

Da questo momento in poi mi dimentico completamente della fotocamera, sempre assediati da uno stillicidio intenso lavoriamo alla strettoia che ci impedisce la discesa.

Qua sospendo il racconto del nostro lavoro sulla strettoia per inserire la relazione di Angelo e Linda di cui anche io sono curiosissimo, loro sono andati al culmine attuale della risalita Tommolino…vediamo com’e’ andata…

———————————————Relazione di Angelo e Linda ———————————————

Nuovo sabato nuova punta a Piccola Creta.

Questa volta il team GSCAI Roma non è composto solo da me e Angelo, ci sono anche Silvana e Luciano con noi. Gli abbiamo talmente parlato di questa esplorazione che li abbiamo incuriositi.

La mattinata è tra le più fredde degli ultimi giorni e non parte bene per tutti: raggiunto il bar in cui ci ricongiungiamo con Bibbo scopriamo che Nerone, e tutto il suo materiale, sono fermi poiché la macchina ha avuto un guasto.

Loro faranno una sosta per dare sostegno a Nerone e recuperare il materiale, noi intanto ci avviamo alla grotta, ci piace cambiarci con calma. Arrivati affrontiamo il freddo e ci cambiamo, nel mentre arrivano anche Bibbo e Luca, ormai coppia di lavoro inseparabile, con loro anche Gabriele e nuovi amici che conosciamo proprio mentre ci cambiamo.
I compiti sono chiari: a me e ad Angelo tocca terminare la risalita Tommolino, Silvana e Luciano vanno alla risalita delle stalattiti di fango, Bibbo e Luca procedono con i lavori sul P20 stretto.

Entriamo! Questa volta sono la prima a scendere, mi fa quasi sentire la padrona di casa! Dietro di me Luciano che non è mai venuto in questa grotta, allora piano piano, come saggiamente insegnato da Bibbo, gli mostro qualche “trucchetto” per affrontare al meglio le strettoie e qualche passaggio su cui invece bisogna essere un poco più attenti per evitare di lanciare sassi a quelli sotto di noi.. meno male che io sono la prima!
Come da prassi scendiamo il P25, il P50 e arrivati alla base di quest’ ultimo ci separiamo. Aspetto l’arrivo di Angelo e ci avviamo al nostro posto di lavoro.
Mentre iniziamo la risalita sentiamo che anche Bibbo e Luca ci hanno raggiunti, ci siamo proprio tutti ormai.
Mentre risaliamo noto con piacere che i nostri cari amici Giulio e Alessio la scorsa volta hanno proprio fatto un bel pezzetto nuovo e si sono intrufolati in quella fessura che l’ultima volta che ci sono stata mi ispirava tanto. Arriviamo dove sono arrivati i nostri amici l’ultima volta e facciamo una piccola pausa prima di cominciare a lavorare: io non ho dubbi, attacco subito due dei tre panini che mi ero portata.

Mi metto il mio caro amico piumino e addirittura mi cambio i guanti!!! Niente potrà fermarmi questa volta. Il mio caro Angelo, più sportivo, decide che sta bene cosi (ricordatevi di queste parole più avanti) e si infila subito nel buchetto che Giulio aveva intravisto l’ultima volta. A parte qualche bella concrezione, purtroppo chiude!
Iniziamo allora la risalita, notando che a destra comunque c’è un bel pozzetto che la prossima volta potremmo provare a scendere. Inizio a far sicura ad Angelo che si muove lento lento perché la roccia non è delle migliori, scavalca l’arco di roccia sopra la mia testa e lo perdo per qualche istante mentre cerca una buona base per mettere il primo fix. Piazzato l’armo in sicurezza lo raggiungo anche io cosi da potergli fare più comodamente sicura.

Arrivo su e quello che trovo è un bel fuso di almeno una ventina di metri sopra di noi con un abbondante stillicidio e un Angelo infreddolito che appena arrivo mi dice “piove troppo torniamo giù”.
Io ero pronta con il mio assetto da guerra con piumino e guanti e di tornare giu proprio non avevo voglia, allora gli dico “ ma mettiamo almeno un paio di fix, cosi da non buttare la giornata!!”.

Mi da ascolto, inizia la risalita, ma al secondo fix lo vedo ormai zuppo. Decidiamo che non possiamo continuare, si torna indietro.

Lenti lenti eravamo arrivati e lenti lenti ce ne andiamo fino ad incontrare una bella scenetta:
all’inizio della risalita ( che ora stavamo ripercorrendo al contrario) sentiamo Bibbo e Luca che lavorano per allargare il loro P20… ma li sentiamo troppo….vicini!! sono praticamente sopra le nostre teste! Ahime, il P20 ricollega proprio sopra l’inizio della risalita.. un bel po di lavoro vano, ma vabbe’! Sarà per il prossimo pozzo!!

Riprendiamo il nostro percorso verso l’uscita, ad attenderci fuori qualche grado sotto lo zero, non ricordo di aver mai avuto cosi freddo fuori da una grotta. Ci cambiamo più in fretta che possiamo e nel mentre escono anche i nostri compagni. Qualche minuto di convivialità bevendo del buonissimo vin brulè e ci avviamo, prima verso l’aperitivo, e poi verso le nostre case.

Mio caro Angelo, la prossima volta avrai bisogno di un bel piumino!!!

——————————————-Fine relazione di Angelo e Linda ——————————————

Ora che sappiamo cosa e’ successo ai nostri amici possiamo riprendere col mio racconto.

Quando finalmente siamo pronti per tentare il passaggio della strettoia, Luca mi ferma perche’ ha sentito delle voci da sotto. Faccio silenzio e mi affaccio nel passaggio appena allargato. In effetti, si sentono voci. Proviamo a chiamare e…ci risponde Angelo! Linda e Angelo stavano scendendo e arrivati alla base della risalita ci hanno sentito distintamente parlare. Incuriositi sono andati verso la fonte delle nostre voci arrivando fino a quella risalita da fare in arrampicata che avevo fatto io senza poter passare e che poi avevo fatto ripetere sia a Luca che ad Angelo. In pratica il nostro P20 arriva proprio la’. Una delusione tremenda!

Preso atto della deludente realta’ con Luca ci siamo guardati in faccia poi abbiamo salutato i nostri amici di sotto e abbiamo subito iniziato a sbaraccare completamente il “cantiere”.

Raccogliamo la poca “monnezza” prodotta, riprendiamo gli attrezzi. Sistemiamo alla meno peggio tutto quel che entra nello zaino e il resto, sostanzialmente l’enorme telo che avevamo messo a protezione, lo portiamo su legato alla corda. Mentre Luca sale io disarmo i due attacchi di stazionamento che avevamo messo ad inizio lavori. Quando Luca urla la libera, salgo anche io. Vicino all’uscita passo a Luca la corda e gli faccio tirare su il telo legato in fondo, quindi esco a mia volta, non senza aver disarmato il deviatore. Come saluto di commiato smonto anche le due placchette di partenza e ammatasso la corda che sara’ sicuramente utile per altro.

Per attenuare il pizzico di delusione causato dall’inaspettata quanto indesiderata conclusione della esplorazione del pozzo, prima di rifare gli zaini facciamo un veloce spuntino e beviamo qualche sorso d’acqua. Facciamo poi uno zaino pesantissimo per Luca con trapano, batterie e ferraglia varia e uno solo voluminoso per me con il telo e poco altro.

Nel frattempo i rumori e il vocio dei nostri amici si e’ spento, probabilmente stanno risalendo il P50 per uscire. Anche per noi e’ ora di andare, siamo bagnati fradici e Luca, che e’ stato piu’ fermo di me inizia ad avere brividi per il freddo.

Senza fretta scendiamo alla base della risalita e passiamo il cunicolo. Quando arriviamo alla base del P50 troviamo solo il silenzio e uno stillicidio se possibile ancora piu’ intenso che all’andata. Urliamo verso l’alto ma ci arrivano solo delle voci indistinte. Dopo alcuni tentativi in cui non ci capiamo a vicenda, da sopra arrivano 3 fischi. Al mio sorriso Luca rimane interdetto cosi’ gli spiego che 3 fischi stanno a sostituire le 3 sillabe di “Li-Be-Ra” e si utilizzano quando non si riesce a comunicare altrimenti.

Qua sospendo di nuovo il mio racconto della nostra uscita per inserire la relazione di Luciano e Silvana che sono andati alla risalita delle stalattiti di fango…anche per loro vediamo com’e’ andata…

——————————————–Relazione di Luciano (e Silvana)——————————————

Dopo un anno speleologico dedicato quasi interamente alla didattica, finalmente, torno in grotta a fare la cosa più bella: trasformarmi in un essere fangoso alla ricerca di nuove possibilità!Tra l’altro dovevo anche “varare” il nuovo imbrago, quale migliore occasione?

Come tutte le giornate speleo c’è l’appuntamento al “solito bar” dove, dopo il terzo caffè e i saluti, si fa un primo briefing e, puntualmente, ci si accorge di aver dimenticato qualcosa. Inaspettatamente abbiamo con noi tutto ma… paghiamo il prezzo di tanta precisione scoprendo che Nerone ha avuto un problema con l’auto, ancora non sappiamo che la cosa gli imporrà di non potersi unire a noi. Bibbo e Luca corrono a tentare di assisterlo e io, Silvana, Angelo e Linda, ci avviamo alla grotta.

La mattina è fredda. Ci cambiamo rapidamente e, nel frattempo, ci recuperano Bibbo con Luca seguiti da Gabriele ed altri amici che faranno un giro esterno. La macchina dei Nerone, come anticipato, non ce l’ha fatta e ha dovuto aspettare l’assistenza stradale. Purtroppo non sarà dei nostri.

Formiamo le squadre: Bibbo e Luca allo scavo, Linda e Angelo andranno a completare una risalita mentre io e Silvana proveremo a farci strada sulla sommità del pozzo delle stalattiti di fango, sulla cui testa sembra esserci un passaggio “che va verso il basso”. Ognuno prende il materiale per la propria avventura. Mobilis in mobile.

Bibbo mi avverte di una insidiosa strettoia all’imbocco del pozzo: lo ha costretto, nelle scorse puntate, a passare togliendosi l’imbrago. Essendo di corporatura simile ma avendo, lui, molta più esperienza di me, mi preparo all’idea che sarà un passaggio “divertente”.
Partiamo. Linda, da prima, attrezza velocemente l’ingresso e mi ritrovo, dopo tante uscite in cui il cicerone tessitore delle vie sono stato io, ad essere felice di vedere che è lei, come Silvana e Angelo, ad essere diventata a sua volta guida e tessitrice.
Superiamo i primi pozzetti: “passa di qui”, “metti il piede là”, “occhio che questo scarica” sono le indicazioni che ricevo da Linda, che mi precede. Dietro di noi, Angelo e poi Silvana.
In breve ci troviamo all’attacco del P50.
Con poca sorpresa accettiamo che il pozzo sia percorso da un pesante stillicidio: la discesa sarà almeno umida e la risalita sarà più che bagnata. Nei nostri discensori si alternano i frazionamenti ed i deviatori del pozzo e, quando tutti e 4 siamo “piedi a terra”, ci salutiamo per andare alle nostre aree di lavoro.

Qualche minuto dopo aver salutato Angelo e Linda, arriva Bibbo. Lo informo che ragazzi sono andati avanti e in cambio mi indica la nostra risalita e la sua strettoia ad attenderci. “Ho dovuto togliere l’imbrago”, ripete nel breve racconto del suo primo passaggio attraverso l’ostacolo, mi indica le graziose piccole stalattiti di fango che danno nome all’area, ci da l’appuntamento di fine giornata e ci salutiamo.

Una corta cordella in salita, poco più di un paio di metri, consente di raggiungere un primo terrazzino e poi, pochissimo più su oltre, la strettoia. Lì per lì la mia attenzione non è per l’angusto passaggio ma per il buon flusso d’acqua che, con fare sbarazzino, fuoriesce dalla crepa che dobbiamo attraversare. Aggiungo mentalmente “interessante” all’aggettivo “divertente”.
Proteggo il trapano e approccio la prima breve risalita per fare in modo di non toccare, neanche per sbaglio, le delicate stalattiti di fango. E poi eccola lì: una crepa diagonale poco più larga dell’asse maggiore di un casco, dal profilo sbeccato e contorto e da affrontare arrampicando aiutati da una corda. Ci ostacola per una buona metrata. Sono evidenti i segni del duro lavoro di cesello fatti dal primo che è passato per portarla ad una dimensione “umana”.
Ricerco il punto dal quale avrei più facilità a passare e, sfruttando come sicura mentale la corda che l’attraversa, tento.
Passo per qualche decina di centimetri ma mi blocco contro una spalla di roccia che se la prende con il mio imbrago. Forzo un po’ ma la strettoia non mi vuol lasciar passare. Cocciutamente, senza retrocedere e senza togliere l’imbrago, decido di muovermi meno di velocità e più di pazienza.
Con l’aiuto di qualche orazione supero con velocità centimetrica lo sperone che mi bloccava e salgo oltre il punto peggiore.

Silenziosamente Silvana mi aveva ben osservato. Ci passiamo i sacchi, che si incastrano dispettosamente non appena deviano di poco dal percorso ideale, poi si approccia anche lei.

Primo tentativo nulla…
Secondo tentativo, provo a sistemare la corda di aiuto spostandola in avanti e collocandola per quanto possibile sullo stesso asse del “punto buono”. Nulla…
Terzo tentativo, si aggiunge qualche orazione e un maggior lavoro di pazienza, nulla…
Lei purtroppo non passa. La crepa ha parlato. Nonostante sia fradicia marcia e nonostante il mio invito a non prendere freddo, mi aspetterà giù mentre vado a vedere il passaggio “verso il basso”.

Raccolgo le mie cose e risalgo velocemente il pozzo sulla cui sommità c’è il passaggio da ispezionare. Un lato del pozzo è sotto una caduta di acqua, la stessa che poi alimenta il flusso che attraversa la strettoia, ma la risalita è stata fatta dal lato opposto.
Sulla sommità del pozzo cerco il passaggio che mi avevano indicato e del quale mi erano state mostrate delle foto. Lo trovo: una crepa, laterale al di sotto del pozzo non più larga di una spanna nei suoi primi 30-40cm di sviluppo, che continua allargandosi a dimensioni quasi umane per zigzagare via nel buio dopo un paio di metri, lasciando supporre che oltre ci sia un altro piccolo ambiente.
È da dove arriva tutta l’acqua: di sicuro non va verso il basso, di sicuro va cesellata la frattura di ingresso – mentre rifletto Silvana è al freddo che mi aspetta – di sicuro non è il giorno giusto per forzare il passaggio che è praticamente a tetto, approcciandolo dal basso e in solitaria.

Prima di tornare giù mi fermo ad ascoltare l’acqua. Se ci fosse qualche rumore di scroscio… ma percepisco solo il gorgogliare dell’acqua che scorre su una superficie irregolare. Qualunque altra cosa di eventualmente praticabile è al di là della portata dei miei sensi. Scendo.
In breve tempo torno alla strettoia, devo dire che è più facile superarla in salita che in discesa, e racconto ad una infreddolita Silvana quanto ho visto.

Come ci fossimo dati appuntamento, Angelo e Linda ci precedono di pochissimo sulla risalita di uscita e dal fondo percepiamo che anche Bibbo e Luca stanno impacchettando le loro cose.

Dalla cima del P50 arriva il libera. Delle due linee di salita, per motivi affettivi scelgo quella sotto lo stillicidio – non che l’altra fosse di molto più asciutta – e vengo premiato con la rottura improvvisa, con un botto clamoroso, del laccio che regge il croll.
Segue una colorita imprecazione, il confezionamento di un pettorale di emergenza e il recupero dallo spavento improvviso. Il tutto sotto la parte peggiore dello stillicidio.
Superiamo il P50, affrontiamo i diaframmi e i restringimenti da li all’uscita della grotta. La mia sacchetta personale, di sua spontanea volontà, si allea con il sacco trapano per incastrarsi ovunque. Non capisco cosa gli abbia fatto per ricevere un simile trattamento…
Ancora un po’ e siamo fuori. Angelo e Linda si sono già cambiati e il freddo è sufficientemente intenso da ghiacciare le tute bagnate in pochi minuti.

Rapidamente ci cambiamo, e quando anche Bibbo e Luca sono pronti recuperiamo Gabriele e gli altri, rimasti in esterno, per andare a scambiarci le informazioni davanti ad una cioccolata calda (troppo freddo per la classica birra).
Ci scambiamo le informazioni e ci si comincia ad organizzare per cenare “al solito posto”, nota località presente nei pressi di ogni grotta. Per questa volta decliniamo l’invito a cena, Linda e Angelo sono in macchina con noi e devono tornare per prepararsi ad un’altra giornata di esplorazione l’indomani. Promettendo battaglia alla prossima occasione, salutiamo la compagnia.

——————————————Fine relazione di Luciano e Silvana —————————————-

Terminato il loro racconto possiamo riprendere col mio.

La salita del P50 e’ letteralmente una doccia fredda, nonostante l’impermeabile sono fradicio fino alle mutande inoltre ho la scarpa sinistra zuppa d’acqua, un altro regalo del P20 inutile.

Nonostante la mia lentezza in risalita salgo il P50 piu’ velocemente di Luca. Lui da’ la colpa a me che gli rifilo sempre zaini pesantissimi che lo rallentano troppo. Questo mi convince ancora di piu’ sul fatto che faccio bene, il ragazzo ha bisogno di allenarsi!

Alla base del P25 inizio subito a salire per non far aspettare troppo Luca ma dopo pochi metri decido che devo assolutamente spostare piu’ in alto il deviatore messo frettolosamente la volta scorsa. Metto subito in azione il mio proposito, ma lo faccio male poiche’ mi faccio cadere di mano il kevlar del deviatore. Per evitare di dover scendere mi sistemo su una cengia poco sopra di me e chiedo a Luca il piacere di recuperarlo e portarmelo.

Arrivando alla cengia noto la corda con la calza severamente lesionata, si vede che mettere il deviatore non e’ bastato, qualcuno e’ salito senza l’accortezza di tenere la corda lontana dalla roccia. Mea culpa, avrei dovuto mettere meglio il deviatore gia’ la volta scorsa, non sempre chi sale si accorge di sfregamenti evitabili ma da’ completa fiducia all’armo. Tra l’altro ho pure dimenticato di avvertire preventivamente i miei amici di fare attenzione in questo punto.

Come dicevo, mi sistemo comodo sulla cengia e libero la corda. Mentre aspetto che Luca mi raggiunga col cordino scelgo il nuovo anello naturale di roccia dove posizionare il deviatore. Ne trovo uno ottimo, me lo segno mentalmente per poterlo ritrovare e poi volgo la mia attenzione a Luca che in questo momento transita nel tratto di corda lesionato. La maniglia passa oltre senza problemi ma poi lo vedo che si blocca con uno sguardo preoccupato. “Si e’ rotta la calza della corda” mi dice. Gli dico di continuare a salire facendo chiudere il croll sui trefoli, dovrebbe tenere ugualmente. Lui esegue ma lo fa frettolosamente e un po’ troppa energia. Un paio di trefoli si tranciano aumentando notevolmente l’ansia del mio amico che si appende con decisione alla sola maniglia. Un paio di secondi di stordimento per la situazione incresciosa poi Luca si riprende e cerca appoggi per i piedi sulla parete togliendo il peso dalla corda e riuscendo poi a spostare il croll sopra la parte lesionata e raggiungermi.

Passato il momento di crisi, in pochi secondi Luca e’ accanto a me e mi restituisce il cordino caduto, che pero’ a questo punto serve a ben poco, oramai questa corda e’ da cambiare. Per fargli riprendere fiato e coraggio distraggo il mio amico facendogli delle foto con la corda lesionata che ha attentato alla sua vita.

Sistemo comunque il cordino del deviatore, servira’ sicuramente in futuro. Cerco il coltellino e con un sospiro taglio la corda in maniera che a nessuno venga in mente di utilizzarla cosi’ malridotta. Il capo a valle lo attacco al cordino del deviatore, al capo a monte faccio un bel nodo per impedire che chi dovesse scendere termini la discesa con una caduta.

A questo punto manca solo di riprendere la salita. Luca, ancora un poco scosso, reclama il diritto di partire per primo. Non glielo posso negare. Mi risistemo comodo e aspetto che arrivi al frazionamento successivo per salire a mia volta.

Dopo questo “piccolo” incidente il nostro viaggio verso l’aria aperta prosegue senza altri problemi. Dalla partenza del P25 in poi la nostra uscita e’ accompagnata da una forte corrente di aria gelida che proviene dall’esterno, una vera manna per noi che siamo completamente zuppi e gia’ infreddoliti. Oramai anche io tremo senza ritegno per il freddo. Gli ultimi metri fino a fuori li facciamo praticamente insieme. Appena fuori togliamo la corda d’ingresso e prendiamo un’ulteriore dose di freddo per un paio di foto, prima a Luca, poi all’ingresso, quindi a me.

Salutata la grotta, probabilmente ci si rivedra’ in primavera, andiamo alle auto dove ci attendono i nostri amici ma soprattutto vestiti asciutti.

Mentre ci cambiamo tremando come foglie arrivano anche le macchine dei nostri ricognitori cosi’, anche per ingannare il freddo che ci attanaglia, iniziamo a scambiarci informazioni su com’e’ andata la giornata

Ancora una volta sospendo il mio racconto per inserire la relazione di Martina. Lei con Laura, Gabriele e Claudio sono andati comunque alla ricerca del pozzo Pasqualitti senza l’aiuto di Nerone…per loro vediamo cosa ci racconta Martina…

——————————————– Relazione di Martina ——————————————-

Siamo partiti da Roma Io Bibbo e Claudio, e ci siamo incontrati lungo la strada per una prima tappa al bar con tutti gli altri. Poi siamo andati a prendere i materiali dallo sventurato Nerone che è rimasto con la macchina in panne. Comunque il punto di ritrovo proprio con tutti è stato davanti a piccola Greta, dove c’erano già Linda, Angelo, Luciano e Silvana che si stavano cambiando.

Successivamente sono arrivati anche Gabriele Laura e Luca. Abbiamo atteso che Luca, Bibbo e il gruppo CAI entrassero in grotta.

Ci siamo divisi in due gruppi, uno esplorativo in grotta e uno esplorativo in superficie, infatti io Claudio Gabriele e Laura siamo andati a fare una ricognizione superficiale per trovare una grotta segnalata da Nerone che sarebbe stata da ricontrollare anche per fare il rilievo.

Siamo stati prima a Pozzo della neve, accompagnati anche da Elia che nel frattempo passava in bicicletta. Claudio e Laura sono scesi fino all’entrata principale ma c’era troppo ghiaccio e quindi Claudio ha valutato che non fosse il caso di scendere anche perché non avevamo corde dietro.

Siamo poi andati a cercare questo famoso pozzo Pasqualitti indicato da Nerone, con tanto di GPS. Abbiamo girato per circa 4 ore e 5 km di doline su e giù non trovando niente. Nerone avrebbe dovuto indicarci il punto esatto ma la sua assenza ha determinato il fallimento della nostra missione.

Noi però non ci lasciamo mai prendere dallo sconforto e ovviamente ci siamo imbattuti in altre grotte che non c’entravano nulla con quella che stavamo cercando, come per esempio il sud di Pozzo Pasqualitti, e pozzo Saverio.

Comunque è stata una bellissima passeggiata nella faggeta, tutta ghiacciata, in cui ci siamo divertiti più che altro a scivolare sul ghiaccio delle pozzanghere come i bambini.

A fine giro siamo tornati dai ragazzi, che nel frattempo erano usciti dalla grotta, e con loro abbiamo condiviso un bel bicchiere di vin brulè per scaldarci dal gelo. Poi siamo andati anche a bere qualcosa di caldo al Livata, concludendo la serata da Antonia con un bel piatto di fettuccine, ovvero il giusto lieto fine di una giornata impegnativa.

Come sempre ci siamo divertiti tantissimo, la compagnia è stata super piacevole è la giornata fantastica all’insegna dell’amicizia e dell’esplorazione.

——————————————– Fine relazione di Martina ——————————————-

Grazie a tutti i miei amici per il loro contributo, ma ora riprendiamo col mio racconto.

Una volta cambiati anche Luca ed io, passiamo a sistemare i materiali da riportare indietro poi prendiamo le auto dirigendoci decisi e compatti a Livata per una sosta al bar. Urge bere qualcosa di caldo. Strada facendo Claudio si ferma per ammirare il tramonto e scattare qualche foto, lo imito.

Al bar ci sediamo dopo aver ordinato ognuno quello che desidera. Personalmente mi prendo conforto con una tisana bollente, c’e’ chi va sulla cioccolata calda con panna e i piu’ arditi si rifocillano con birra e patatine.

Tra una chiacchiera e l’altra terminiamo di aggiornarci reciprocamente sulla giornata appena passata. In questo momento approfitto per estorcere le promesse di una relazione. Rimane solo da decidere come concludere la giornata. Gira insistente la proposta di andare a Marano Equo al ristorante da Antonia ma Linda e Angelo andranno in grotta anche domani quindi rinunciano, di conseguenza devono rinunciare a malincuore anche Silvana e Luciano poiche’ sono in una sola macchina, peccato. Il resto del gruppo pero’ decide compatto, concluderemo con un bel piatto di fettuccine!

Prima di uscire dal bar telefoniamo al ristorante e prenotiamo il tavolo quindi usciamo al gelo, salutiamo i nostri amici rinunciatari e partiamo verso il ristorante. Gabriele e Luca fanno una deviazione al magazzino a posare il materiale. La cena come sempre e ‘allegra e ottima. Sazi e soddisfatti torniamo a casa gia’ pensando ai prossimi impegni. Alla prossima.

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Piccola Creta – 17/11/2024

Ancora una volta a Piccola Creta a continuare l’avventura, stavolta con Giuseppe.

La mattina verso le 10 arriviamo alla grotta. Subito metto in azione la fotocamera per riprendere il cordiale saluto di Giuseppe.

Appena pronti lo costringo anche a un selfie prima di entrare in grotta.

Ci avviamo alla grotta e, dopo aver affrontato l’arduo avvicinamento di quasi 20 metri, io inizio a mettere la corda per il saltino d’ingresso mentre Giuseppe controlla di non aver dimenticato qualcosa. Grazie al controllo trova che non ha preso il martello quindi fa un salto in macchina a prenderlo.

Ecco il meraviglioso, nuovo recinto della nostra grotticella. La corda e’ pronta, dobbiamo solo andare.

Un saluto al bel sole di questa fredda giornata e via, si entra. La corda del primo pozzo, il P10 e’ molto secca. Ipotizzo che nei giorni scorsi la grotta abbia aspirato aria secca dall’esterno. Ora sembra in stallo.

Alla partenza del P25 mi fermo un attimo, giusto il tempo di fare una foto.

Alla partenza del P50 aspetto Giuseppe e lo importuno di foto mentre passa il punto critico per la caduta sassi.

Appena arriva sul terrazzino vado avanti sulla “mia” corda, quella bianca. Aspetto con pazienza che Giuseppe si sistemi sulla corda rossa e intanto tento l’ennesima foto al sottilissimo strato di calcite che adorna la parete accanto a me.

Eccolo che arriva.

All’ultimo tratto di discesa del P50 mi fermo qualche minuto per mettere un altro fix e disaccoppiare i deviatori delle due vie che ora insistono su un attacco solo.

Giuseppe intanto prosegue e quando arrivo alla base del P50 faccio appena a tempo a salutarlo e fargli un paio di foto mentre scompare nella sala sospesa per proseguire la risalita che ha iniziato la volta scorsa.

Da questo momento in poi ci separiamo, io saliro’ fino alla cengia nella parte nuova, oggi lavorero’ la’.

Vi anticipo la foto che ho ricevuto da Giuseppe, che ringrazio. In pratica alla fine della sua salita ha trovato un qualcosa di interessante che sicuramente valuteremo meglio durante le prossime uscite.

Foto di Giuseppe Paolini

Come detto, dopo aver salutato Giuseppe scendo il saltino che porta al cunicolo scomodo, lo passo con qualche sbuffo a contorno e finalmente mi affaccio alla risalita.

Oggi il mio obiettivo e’ quello di allargare la partenza del pozzo P20 nuovo. La volta scorsa, anzi due volte fa, ho predisposto tutto togliendo la corda dal pozzo. Ora sono pronto a cominciare il lavoro di aggiustaggio.

Dopo un paio d’ore di lavoro ho terminato la prima batteria e ho fiaccato parecchio la seconda. Ho anche le braccia a pezzi ma in fin dei conti posso ritenermi soddisfatto. E’ sempre un buco infame, ma molto meno di prima.

Con molta calma sistemo le mie cose, mangio un boccone veloce a base di frutta secca e rifaccio lo zaino con quanto devo portare indietro. Concludo con un sorso d’acqua e poi mi muovo per andare a curiosare dove sta lavorando Giuseppe.

Qualche minuto dopo sono alla base del P50 in vista della breve risalita che porta alla base del camino dove sento Giuseppe lavorare alacremente.

Prima di andare poggio a terra tutto il materiale che non mi serve e poi salgo. Passando una volta tanto vicino alle stalattiti di fango ne approfitto per omaggiarle come si deve.

Dopo la breve risalita c’e’ ancora un metro da salire, vedo che Giuseppe ha messo la corda quindi mi ci appendo fiducioso e inizio a salire. Ho fatto male, anzi malissimo i calcoli! Il passaggio e’ stretto, troppo stretto per me. Mi incaponisco a provare pensando tra me: “se Giuseppe e’ passato devo riuscire anche io”. Provo e riprovo fino a che prendo una decisione, scendo giu’, recupero il trapano, risalgo e allargo il passaggio. In qualche minuto metto in atto il mio proposito ma dopo nemmeno 5 minuti di lavoro il trapano mi lascia, anche la seconda batteria e’ andata. Provo di nuovo a salire ma senza riuscire. Non posso dargliela vinta quindi mi levo da dosso tutta l’attrezzatura e riprovo.

Senza attrezzi riesco finalmente a passare! Ho le braccia distrutte e sono sudato come una spugna immersa nell’acqua, pero’ ce l’ho fatta. Resto fermo qualche secondo per riprendere fiato e godermi il successo.

Avverto Giuseppe del mio arrivo in modo che eviti di tirarmi robe addosso. Con qualche passo, ancora incerto per la fatica, raggiungo la sala alla base del camino. Su, su in cima, vedo la luce di Giuseppe.

Ha ancora un poco da fare, mi aggiorna su cosa ha trovato ma poco ci capisco. Mi chiede di passargli i due attacchi per chiudere in sicurezza il nuovo tratto di risalita e prontamente glieli passo legandoli alla corda.

Giuseppe come al solito e’ organizzatissimo, ha con se’ il necessario per fare il caffe’. Quasi mi tenta, ma il freddo la stanchezza iniziano ad avere il sopravvento. Faccio una foto al piccolo ambiente da cui sembra uscire l’acqua poi avverto Giuseppe che inizio a tornare indietro e che probabilmente mi fermero’ a piantare ancora un fix sul frazionamento del P50.

Scendo alla base del P50, provo a vedere se una delle due batterie ha ancora qualcosa da dare ma loro si negano recisamente. Rassegnato ricompongo nuovamente lo zaino e inizio a salire. Appena inizio mi accorgo che rispetto a stamane lo stillicidio e’ aumentato di molto.

Al deviatore doppiato oggi mi fermo a fare una foto ricordo.

Salgo ancora verso il frazionamento. Salendo mi accorgo per la prima volta di un buco. Dall’altra parte, sono quasi certo, affaccia sul camino dove sta lavorando Giuseppe. Probabilmente ora lo vedo meglio rispetto al solito perche’ e’ rischiarato dalla luce di Giuseppe. Tento di fare un esperimento chiamando Giuseppe e chiedendogli di spegnere la sua luce e osservare se vede la mia. Ottengo nulla, magari riprovero’ la prossima volta.

Nel primo tratto del P25 mi fermo di nuovo per sistemare (finalmente!) un deviatore che eviti alla corda di strusciare sulla roccia. E’ anche un’ottima occasione per prendere fiato. Ma non posso attardarmi molto, gia’ sento Giuseppe che armeggia al frazionamento iniziale del P50 (quando poi mi raccontera’ che prima di partire si e’ fatto anche il caffe’ mi sono sentito meno di un bradipo!).

Tra ansimi, sbuffi e soste per riprendere fiato arrivo al P10. Anche qua mi fermo, ufficialmente per una foto al deviatore. Sorrido tra me ripensando a quando, eravamo nel 2016, l’ho montato. Uno speleo che era con me ebbe a dire che un simile deviatore, montato su una concrezione cosi’ malmessa, sarebbe durato da Natale a Santo Stefano. Ogni volta che vedo il deviatore ancora la’ a fare il suo mestiere, ignaro della scarsa fiducia accordatagli, mi viene spontaneo sorridere.

Usciamo che e’ ancora giorno, non male. Lascio a Giuseppe l’onore di togliere la corda e lui imperturbabile come sempre opera svelto e preciso.

Una foto di saluto a Piccola Creta, prendo nota mentalmente che ora la grotta soffia decisamente.

Visto che comunque la sera e’ in arrivo e con lei un brusco calo della temperatura, iniziamo a cambiarci senza perdere tempo.

Giusto una brevissima sosta per un selfie simile a quello fatto all’ingresso.

Ancora una giornata con un lavoro preparatorio per me e una piccola esplorazione per Giuseppe.

Alla prossima.

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Piccola Creta – 10/11/2024

Doveva essere una gita all’Erebus a dare supporto per l’esame dei nuovi ISS del GSCaiRoma ma alla fine ho dovuto rinunciare mio malgrado. Mi sono consolato andando a fare un po’ di “manutenzione” a Piccola Creta.

Eccomi vicino alla grotta, ancora alla macchina ma vicino all’ingresso. Sono quasi le 9 e mezza.

Oggi per il pozzo d’ingresso faccio un armo fantasioso e al risparmio, la corda che ho portato e’ corta.

Sono al P10, inizia l’avventura.

Senza fretta arrivo al P25, scendendo faccio sosta al buco da scavare, tanto per fargli capire che non mi scordo di lui.

Eccomi al P50, come al solito uso la corda bianca, oramai ci sono affezionato.

Per par condicio faccio una foto anche alla corda rossa perche’ non si senta esclusa…

…e una anche al pozzo che mi accingo a scendere.

Ancora una volta procrastino il cambio dell’armo per l’ultimo deviatore. Prima o poi lo faro’ ma non oggi. Arrivo alla base del P50 e faccio una foto verso le concrezioni di fango e quella che oramai chiamero’ la “risalita di Peppe”, ancora incompiuta ma in serena attesa del suo ritorno.

Non poteva mancare una foto di dettaglio alle concrezioni di fango. Chissa’ se ricordero’ mai di chiedere a un geologo come possano formarsi e mantenersi nonostante il continuo scorrere dell’acqua su di loro.

Passo il cunicolo. Inizia la risalita.

La mia nuova maniglia inizia ufficialmente la sua carriera. La vecchia l’ho riposta nel cassetto perche’ si incastrava il clicchetto nella gola dove passa la corda costringendomi ad una fatica ulteriore ad ogni pedalata per sbloccarla e spingere la maniglia verso l’alto.

Arrivo infine al nostro attuale “campo base”, la cengia dove inizia il pozzo in discesa in cui stiamo lavorando. La prossima volta pero’, oggi voglio andare a vedere la risalita. Faccio una foto di saluto al bucaccio infame dove inizia il pozzo mentre svuoto lo zaino delle cose che lascero’ qua. Rimetto nello zaino solo il trapano, alcuni cordini e gli attacchi.

Inizio la risalita. Sono proprio curioso di vedere l’attuale frontiera della grotta.

Non vado solo a curiosare, il mio intento e’ anche quello di dare una sistemata alla corda, salendo ne abbiamo “sprecata” parecchia e vorrei recuperarne quanta possibile. Sul primo armo a fionda faccio il pigro e non recupero quel paio di metri di corda che potrei. Mi rifaccio sul secondo che smonto del tutto trasformandolo in un deviatore dalla doppia funzione, scosta la corda dalla roccia e permette, se un domani servisse, di arrivare all’attacco del deviatore da cui, volendo, dove iniziare un’altra risalita.

Lavoro d’impegno allo smontaggio dell’armo a fionda per almeno una mezz’ora condendo il tutto con sospiri, borbottii e qualche imprecazione. Alla fine posso ritenermi soddisfatto del risultato, me lo guardo un’ultima volta prima di proseguire.

All’attacco successivo trovo la fine della corda dove sono risalito finora e una nuova corda parzialmente ammatassata che continua la salita. Ora pero’ togliendo la “fionda” ho recuperato almeno 15 metri di corda, posso quindi modificare l’armo per utilizzarla. Occupo il quarto d’ora successivo a sciogliere nodi e rifarli. Recupero una piastrina lasciata abbandonata poco piu’ in alto e poi proseguo nella salita portandomi appresso sia la matassa della nuova corda che il capo libero della vecchia.

Nemmeno 10 metri sopra di me vedo l’armo su naturale fatto da Giulio la volta scorsa col suo bel cordino in kevlar, La corda la vedo poi proseguire in alto in un punto decisamente piu’ stretto rispetto alle dimensioni della grotta nel punto in cui sono ora.

Arrivo al cordino di Giulio. E’ intorno ad un’ampia “lama” di roccia alta piu’ di un metro, sembra robusta. Mentre faccio i miei controlli metto la longe sulla maglia rapida che chiude il cordino e mi metto comodo. Nel farlo pero’ muovo il cordino in una maniera che piace poco alla lama perche’ se ne stacca un bel pezzo di almeno una decina di chili. Per fortuna il cordino fa piu’ del proprio dovere, ne rallenta la caduta, evita che mi venga addosso e mi da’ il tempo di bloccarlo. Davvero un bel blocco di roccia, improvvisamente l’emozione per lo scampato pericolo mi fa quasi sentire caldo! Con attenzione lo sposto in un punto dove non puo’ fare danni dandogli anche qualche martellata che lo spezza in piu’ pezzi, per sistemarlo meglio e…per vendetta!

Ora pero’ la lama non mi piace piu’ tanto, e poi a Giulio farebbe sicuramente piacere recuperare il cordino, quindi mi armo del necessario e pianto due fix coi relativi attacchi sistemandoci poi la corda recuperata. A lavoro fatto stimo ne avanzi abbastanza per arrivare fino al prossimo attacco.

Tolgo ancora qualche sasso pericolante, meno martellate a destra e a manca per togliere spuntoni fastidiosi o pericolosi poi continuo la salita. Questo tratto e’ un poco stretto, sopra di me vedo una nuova cengia che sembra ampia e comoda. Vedo anche il doppio attacco predisposto da Giulio con l’aiuto di Alessio.

La corda salendo tocca brutto brutto su uno spuntone di roccia , non posso lasciare cosi’. Tolgo il frazionamento intermedio lasciato da Giulio e metto un fix per montare un deviatore. Stavolta sono io a sacrificare un moschettone e il mio cordino in kevlar, pero’ alla fine posso ritenermi soddisfatto.

Arrivo finalmente sulla cengia, finisco di sistemare la corda vecchia liberando completamente quella nuova che cosi’ potremo usare per la successiva risalita. Soddisfatto di quanto fatto inizio a guardarmi attorno. In alto alla mia sinistra c’e’ un passaggio, stretto ma passabile. Mi affaccio a guardare, la nostra risalita non termina qua ma dopo un paio di metri leggermente stretti sembra proseguire di nuovo verso l’alto. Provo una foto ma a quanto vedo non rende molto l’idea, la salita prosegue dove c’e’ lo scuro piu’ intenso. La prossima volta vedremo. Non provo a salire piu’ in alto anche se sarebbe agevole, mi accontento di togliere qualche sasso pericolante e dare qualche martellata per saggiare le altre.

Sulla cengia, in basso, trovo anche il pertugio di cui raccontava Giulio. Anche quello lo si vedra’ la prossima volta.

Ancora una foto prima di andare la faccio al tratto stretto dove sono appena risalito.

Scendo giu’ al campo base e ricompongo lo zaino con tutto il materiale da riportare fuori. Il cordino di Giulio lo lascio in bella vista cosi’ che possa recuperarlo alla sua prossima visita.

Prendo la strada del ritorno. Alla base del P50 saluto velocemente le stalattiti di fango e poi vado.

Il primo frazionamento, anche questo e’ da doppiare, mi riprometto di farlo una di queste volte.

Inizio il P25 e lungo la salita incontro uno dei “bacarozzi” che frequentano il posto, anche lui sta tentando una difficile risalita.

Il deviatore del P25, la foto serve come spunto per riprendere fiato.

Alla saletta dove parte il P25 mi siedo a riprendere fiato, oramai sono quasi fuori.

Sono fuori, tolgo la corda d’ingresso col nodo di fantasia, una foto di saluto alla grotta e vado alla macchina.

Mentre mi cambio passano gli immancabili escursionisti che mi vedono tutto infangato e non mancano di incuriosirsi, scambio volentieri qualche parola con loro sulle grotte dei dintorni e poi ci salutiamo.

Prima di partire per il ritorno a casa guardo l’orologio, sono quasi le 2 del pomeriggio. Sono stato meno di quanto avessi previsto ma e’ stata un’uscita intima e rilassante. Alla prossima.

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Palestra Montecelio – 09/11/2024

Un’allegra mattinata con tanti amici e un paio di volenterosi allievi portati da Luca.

Non era previsto potessimo andare ma alla fine la raccolta delle olive prevista per questo fine settimana e’ stata procrastinata ed essendo vicini, a Palombara, siamo andati a fare una scappata.

Mentre qualcuno si veste da speleo Nerone bada al pratico e accende il fuoco per fare la brace dove cuoceremo salsicce e altre leccornie.

Luca e’ gia’ pronto quindi lo spedisco subito a preparare le vie dove far esercitare i suoi amici aspiranti speleo.

Per i suoi amici intanto mettiamo una corda su due attacchi a circa 3 metri da terra e iniziamo a farli esercitare sulle manovre base. Intanto ho imparato i loro nomi, Alessio e Vittorio. Alessio lo abbiamo gia’ portato in grotta alla Mecchia e in quella occasione e’ stato portato su e giu’ dai pozzi dal suo amico Luca. Vittorio invece e’ alle primissime armi ma in compenso arrampica quindi anche lui non e’ completamente a digiuno. Per raggiungere gli attacchi a 3 metri da terra sfrutto senza vergogna le abilita’ di Vittorio.

Una volta sistemata la corda iniziamo con gli esercizi, in salita e in discesa.

Le lezioni proseguono e ci alterniamo a martoriare i poveretti. Al momento ci sono Gabriele e Claudio.

Luca intanto prosegue col suo lavoro.

Nel frattempo l’area picnic si e’ ben popolata. Sono arrivati Isabella e Domenico portando anche Franco e la moglie.

Nerone e Franco hanno esplorato tanto assieme e si rivedono sempre con piacere.

Oggi la palestra non e’ tutta per noi, vicino all’entrata c’e’ un nutrito gruppo di persone, Nerone si e’ informato e ci riferisce che stanno facendo un corso di arrampicata a dei bimbi. Noi a malincuore quindi ci accontenteremo della parete piu’ interna.

Parete interna dove ferve l’attivita’.

Claudio spiega qualcosa a Vittorio, probabilmente il passaggio del frazionamento.

Luca intanto la sopra ha creato una vera e propria ragnatela di corde per far felici i suoi amici.

Anche l’area picnic e’ animata. Io spezzo l’impegno alla parete con la preparazione di alcuni pomodori a pezzi conditi con abbondante aglio. Franco contribuisce con dei salami comperati a Caselle in Pittari durante il recente raduno, Syphonia2024. In attesa della carne alla brace facciamo onore a tutto quello che viene preparato.

Luca e Alessio intanto fanno esercizio.

Claudio decide di rischiare e sale sulla corda messa li’ non si sa da chi. Vorrebbe sistemare l’armo mettendo un fix in piu’ ma il nostro trapano non collabora, sembra avere il mandrino bloccato.

Mentre la brace per cuocere la carne va ad accumularsi il tavolino con le provviste deve essere controllato a vista da tutti perche’ abbiamo un ospite indesiderato. E’ un pastore maremmano magrissimo e molto molto affamato. Gia’ una volta si e’ fregato un intero incarto di fette di pancetta, recuperato per miracolo. Ora plachiamo le sue incursioni dandogli dei bocconi ogni tanto. Per fortuna e’ tanto mansueto quanto affamato ma altrettanto determinato ad avere la sua parte di cibo quindi nonostante i nostri sforzi per allontanarlo torna spesso alla carica.

L’attivita’ in parete procede senza soste da parte dei nostri nuovi allievi, sono ignari del pericolo che sta correndo il loro pranzo.

Quando finalmente le salsicce vengono messe a cuocere anche i nostri giovani eroi lasciano tutto per venire a mangiare un boccone. Riesco a tenerli assieme solo un attimo prima che si sparpaglino alla ricerca di cibo.

Rimangono in parete Corrado e Claudio per un supplemento di fatica che giustifichi l’abbuffata che seguira’.

Vado a vedere cosa combinano e arrivo giusto in tempo per prenderli un po’ in giro prima che scendano.

Corrado in posa estatica in attesa delle salsicce. Isabella se lo guarda torva, ha paura che se le mangi tutte lui.

Alessio e Domenico prendono il controllo della cottura della seconda tornata di salsicce, la prima e’ terminata in un batter d’occhi.

Gabriele fa capannello con Nerone e Franco mentre degusta un panino salsicciato.

Io faccio la mia parte e senza fretta ma metodicamente assaggio un poco di tutto. Concludo il pasto con un goccio di genziana offerta da Franco poi chiamo Betta per prendere commiato dai nostri amici. Scatto ancora una foto e poi via verso casa.

Una mattinata imprevista quanto piacevole. Un saluto agli amici incontrati oggi. Alla nuova triade LAV (Luca, Alessio, Vittorio) un augurio di rivederci presto in grotta. Alla prossima.

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Syphonia 2024 – 01/11/2024

Un bel raduno, come tutti gli anni. Caselle in Pittari ci ha accolti con tanti sorrisi e un bellissimo sole. Tutto era ben organizzato. Stand materiali, speleobar e le varie aule erano a portata di pochi metri di cammino.

Nonostante la mia ferma convinzione di godermi alcuni giorni di riposo anche grazie all’allegra compagnia di tanti amici, alla fine ho dovuto capitolare e seguire gli impegni assunti.

Mi sono trovato infatti a seguire l’allestimento la prima edizione del Concorso “Rilievo: tra Arte e Tecnica” e devo ringraziare l’aiuto di Marina e Marco senza i quali non sarei assolutamente riuscito.

Ho tenuto poi una relazione tentando di convincere gli speleo presenti nell’aula Consiliare dell’opportunita’ di diffondere la “cultura del Catasto”.

Non contento, ma sempre con il provvido aiuto di Marina e Marco, ho seguito, e tentato di guidare, l’annuale riunione della Commissione Nazionale Cavita’ Naturali della SSI ETS di cui ho l’onore di essere l’attuale Coordinatore. Ancora sulla scia di questo ruolo ho esposto l’operato della Commissione nel corso della assemblea dei soci SSI.

Gli impegni sono stati chiusi in bellezza col concorso rilievi. Il pomeriggio con Marina e Marco lo passiamo assistendo il difficile lavoro di Norma, Graziano e Luca, ovvero la nostra Commissione Valutatrice, che ringrazio per l’immane fatica a cui sono stati costretti. La sera completiamo con la premiazione dei vincitori del Concorso. Anche in questo caso devo ringraziare Marina e Marco per il supporto…senza di loro non avrei saputo nemmeno chi premiare!

A proposito del Concorso vi giro il link dell’articolo pubblicato da Marina su “la Scintilena”: https://www.scintilena.com/concorso-rilievo-tra-arte-e-tecnica-ecco-i-nomi-dei-vincitori-della-prima-edizione/11/06/ . Nell’articolo ci sono i ringraziamenti ai partecipanti al Concorso, a Sergio che ha premiato personalmente i vincitori e a tutti coloro che l’hanno reso possibile, non ultima la SSI ETS che ha sostenuto le spese vive dei premi. Ne approfitto per associarmi ai ringraziamenti. Grazie a tutti, di cuore.

Insomma alla fine dei conti in questa maniera non ho mai avuto un giorno libero da impegni e devo dire che stanchezza e “ansia da palcoscenico” ci sono state in abbondanza quindi le mie visite serali allo SpeleoBar, cuore alcolicamente pulsante del raduno, sono state poche e brevi…figuriamoci che non sono riuscito ad assaggiare nemmeno un arrosticino!

La mia fotocamera e’ rimasta per tutto il tempo in camera a riposare. Concludo quindi con una piccola rassegna di foto “rubate” a vari amici, che ringrazio.

La simpatica scalinata che accoglie chi ritorna dallo SpeleoBar.

La piazza principale di Caselle, molto tranquilla in quanto zona pedonale. Per 4 giorni e’ stata assediata dagli speleo. Il palazzo a destra e’ detto “sede Tetide”, ospitava la mostra dei rilievi in concorso.

La simpatica confusione dello SpeleoBar…e non ci sono parole da aggiungere!

Il mio amico Stefano che affetta la porchetta. In poco tempo ne sono finite 2, si vede che erano buone!

Ma passiamo alle relazioni, molte tenute nel’aula Consiliare. Qua abbiamo Franz, uno degli organizzatori del raduno piu’ attivi (sempre presente per risolvere eventuali problemi, un grazie enorme anche a lui) , che fa gli onori di casa.

La relazione di Martina e Gabriele che raccontano della nostra ricerca del Gambero Rosso della Louisiana nelle grotte del Lazio.

Passiamo ora al Concorso rilievi. Questa e’ una foto panoramica della sala che ha ospitato i rilievi partecipanti. E’ abbastanza ampia ma la foto e’ sin troppo generosa facendola apparire enorme.

Non volevo, ma alla fine Marco mi ha convinto a posare per una foto ricordo.

La Commissione Valutatrice al lavoro. E’ stata dura e con tempi ristretti ma se la sono cavata egregiamente.

Qualche rilievo esposto.

La premiazione.

La relazione finale con i nomi dei partecipanti al Concorso.

Come sempre il raduno e’ stato un evento piacevole e memorabile.

Il prossimo raduno e’ gia’ stato annunciato nei pressi di Mantova, a Volta Mantovana, ci si vede la’! Alla prossima.

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