Grotta degli urli – 3 maggio 2026

Una visita alla grotta degli urli in compagnia di Luca per predisporre il necessario per il corso di rilievo “Geometrie di grotta”, pensato da Gabriele e organizzato per conto della FSL da Marina, Gabriele, Marco ed io.

Luca durante il corso sara’ uno “studente” ma oggi ci dara’ una mano con l’armo e le altre cose da sistemare in grotta. Con noi oggi c’e’ anche Patrizio che, con Gabriele, vedra’ alcuni particolari della logistica esterna tipo l’alloggio al rifugio Calderari, l’organizzazione dei pasti e altre cose necessarie.

Dopo un tranquillo viaggio da Roma fino a Campocatino ci incontriamo con Patrizio al rifugio e dopo i saluti ci spostiamo al piazzale per preparare il necessario per la grotta. Il nostro, mio e di Luca, programma di oggi prevede la revisione degli attacchi che ci sono in grotta, l’armo delle corde che useremo e la ricognizione del tratto di grotta che useremo per il corso mettendo dei cartelli per suddividere i tratti di grotta per le 6 squadre che ci lavoreranno tra un paio di fine settimane.

Al bel sole di oggi ci prepariamo, Luca si occupa anche di fare la conta del materiale che ci serve. Ne escono fuori un paio di zaini di buon peso.

Salutati Gabriele e Patrizio, che vanno per seguire i loro compiti, Luca ed io andiamo verso la grotta. Incredibilmente ci sono ancora delle chiazze di neve e Luca si diverte a camminarci sopra per testarne la consistenza.

Scavalliamo la pista da sci e proseguiamo lungo il fosso che serpeggia a valle.

Anche qua ci sono delle belle chiazze di neve.

Il fosso davanti a noi diventa pianeggiante per un breve tratto, e’ quello il punto in cui dobbiamo abbandonarlo per prendere a destra un sentierino appena accennato tra i bassi cespugli di ginepro.

Ancora una decina di metri e si scorge l’ingresso della grotta, un buco nel terreno nemmeno tanto evidente. Accanto all’ingresso c’e’ un bel fiore, nato proprio dove si mette la corda per scendere, non so se riuscira’ a sopravvivere al nostro transito. Intanto lo fotografo per preservare almeno l’immagine della sua bellezza.

Sistemo la corda per l’ingresso, uno degli attacchi e’ fisso ma ballerino, il secondo e’ a posto, diciamo che puo’ andare bene cosi’. Visto che fuori fa caldo mi sbrigo a entrare lasciando a Luca il piacere di approntare un deviatore per la corda d’ingresso. E’ quasi tradizione consolidata che la corda d’ingresso tocchi in vari punti, e’ sempre stato cosi’ ma per il corso dovranno transitare in un giorno almeno 15 persone quindi mi sembra opportuno mettere un deviatore per attenuare lo struscio della corda.

Mentre io mi godo il fresco della grotta Luca opera con trapano, fix, martello e il resto fino a confezionare un deviatore che soddisfa alquanto il mio gusto estetico.

Mentre aspettavo non sono rimasto completamente con le mani in mano, ho tirato fuori dal sacco la corda successiva e l’ho attaccata ad un naturale. Dopo la piccola sala alla base del pozzo d’ingresso la grotta si stringe e c’e’ un passaggio con un dislivello di un metro.E’ semplice da passare e nel Lazio tutti conoscono bene questa grotta ma per l’occasione penso sia preferibile mettere comunque una corda, fosse solo per “avvisare” chi transita di fare attenzione.

Appena Luca mi raggiunge gli cedo il passo e lo mando avanti, dopo il piccolo salto c’e’ un meandro stretto per un paio di metri e poi il “pozzo Daniela”. Mentre Luca armeggia con le corde io lo allieto con la storia del pozzo. Anche se e’ irrilevante ai fini della storia, dovete sapere che Daniela e’ mia cugina, aveva fatto il corso speleo allo SCR nel 1978, credo, uno degli ultimi su scalette. Nei primi anni ’80, quando la grotta e’ stata scoperta lei era tra gli esploratori. Fatto sta che mentre percorreva questo pozzo l’armo cedette. L’armo non era altro che un chiodo da roccia, all’epoca ancora utilizzato, i fix non c’erano e gli spit erano quasi una novita’. La caduta per i pochi metri di pozzo le causo’ diverse fratture, qualche mese di convalescenza e la brusca conclusione della sua attivita’ speleologica. In quegli stessi anni io iniziavo la mia avventura speleologica e, a causa di questo incidente, non ricordo di aver avuto occasione di fare qualche grotta insieme a lei.

Luca, nonostante la distrazione dei miei racconti prosegue con l’armo, trova un fix nel punto in cui il meandro curva e lo usa per avvicinarsi al pozzo in sicurezza.

Sul pozzo mette un fix per doppiare l’armo, ammatassa la corda fissa perche’ non impicci, sistema la corda nuova e inizia a scendere. Dopo un paio di metri lo sento esclamare: “Oh, la corda non basta!”.

C’e’ poco da fare, Luca torna su e smonta tutto, io torno indietro fino alla base del pozzo d’ingresso, sgancio la corda dal naturale dove l’avevo fissata e torno indietro. Fisso di nuovo la corda su un naturale alla base del saltino disarrampicabile e avviso Luca che puo’ sistemare l’armo con i metri di corda recuperati.

Ora la corda basta, anzi abbonda, quindi Luca scende e io posso affacciarmi sul pozzo. Di lui, il pozzo, ho ricordi “strettissimi”, una volta la partenza era molto piu’ angusta e ogni volta ci consumavo un mucchio di energie e bestemmie. Non so chi lo abbia allargato ma si e’ assicurato la mia sempiterna gratitudine.

Alla base del pozzo Daniela ci sono le due strettoie “selettive”. Visto come Luca le passa con facilita’ probabilmente sono selettive solo per me. Vi assicuro pero’ che non le trovo affatto gradevoli.

Al termine delle strettoie ci si affaccia finalmente al P23, l’unico pozzo che si incontra fino a -250 metri di profondita’. Forse questa e’ una delle peculiarita’ della grotta, in pratica da circa -40, alla base del P23 si arriva camminando piu’ o meno comodamente fino a -250. La lunga galleria che si percorre ha nome “Andrea Doria” e si conclude con lo spettacolare salone del “Trentennale”. La galleria sara’ il teatro principale del corso di rilievo.

Qua al P23 abbiamo deciso di radoppiare le vie, a sinistra c’e’ la corda fissa, a destra ne metteremo un’altra. Parlo al plurale ma e’ Luca che lavora mentre io sono “comodamente” seduto a prendere freddo e dare consigli piu’ o meno utili.

Prima di raddoppiare c’e’ da sistemare l’avvicinamento alla verticale. Prendiamo una corda dallo zaino, ne individuiamo la meta’ e la fissiamo alla partenza dell’armo, un 4 metri prima della verticale. Ora abbiamo 2 tratti di corda paralleli, con uno Luca confeziona un traverso teso che arriva fino agli attacchi dell’armo fisso. L’intenzione e’ scendere col discensore montato sull’altro capo di corda mentre ci si mantiene allongiati al traverso teso. Non e’ indispensabile farlo ma rende meno complicato arrivare alla verticale.

Sistemata la partenza ora c’e’ da mettere un nuovo fix per armare la seconda via. Luca si attrezza per farlo.

Mentre lui lavora io inizio a sentire sempre piu’ freddo, quando sento che tremo senza posa decido che e’ il momento di fare qualcosa, armeggio con lo zaino, tiro fuori le maglie aggiuntive che ho portato in previsione del freddo, mi spoglio dell’attrezzatura e vesto le maglie asciutte con un sollievo immediato dal freddo. In una mezz’ora completo l’operazione anti-freddo e sono di nuovo non operativo, in attesa che Luca termini il suo lavoro.

Luca ha finito, gli passo lo zaino e inizia la discesa. Nel passargli lo zaino, piccolo incidente, per fortuna senza conseguenze, una bottiglietta d’acqua rimasta non vista in bilico all’inizio dello zaino capitombola giu’ fino all’orlo del pozzo e cade silenziosamente fino a terra dove prorompe in un fragoroso scoppio.

Luca scompare nel buio e dopo qualche secondo mi arriva la libera. Inizio a scendere anche io, ben contento di muovermi dal contatto con la roccia gelida. Prima di partire ammatasso meglio la corda avanzata, quella per l’avvicinamento alla verticale. Fatta la mia parte scendo il pozzo a raggiungere Luca.

A meta’ pozzo una consapevolezza mi fulmina…ho scordato di indossare la bandoliera che utilizzo per portare i materiali e l’attrezzatura che non uso. Alla bandoliera c’e’ attaccata la maniglia…potrei avere qualche difficolta’ per risalire!

Dopo una breve sosta iniziamo con la sistemazione dei cartelli per indicare le zone di operazione per le squadre. La squadra 6 sara’ l’ultima a entrare ed e’ quella che fara’ il rilievo della parte che abbiamo appena percorso. Alla base del P23 mettiamo l’inizio perla squadra 5 mentre la squadra 6 termina piu’ giu’. Questo per fare in maniera che la 6 e la 5 possano condividere alcuni capisaldi con cui poi, eventualmente, unire i rilievi.

Con lo stesso concetto mentre scendiamo la galleria mettiamo gli altri cartelli.

Fa eccezione l’inizio della squadra 2. E’ quella che deve rilevare il ramo laterale detto “dell’affluente” quindi dobbiamo indicare bene dove inizia il ramo. Loro, la squadra 2, dovranno tornare indietro nella galleria di alcuni metri se vorranno avere dei capisaldi in comune con le altre squadre. Convinco Luca che e’ cosa buona che il ramo laterale sia rilevabile senza l’uso di corde. Lui scompare per qualche minuto mentre io gironzolo nei paraggi.

Proseguiamo diligentemente con la sistemazione dei cartelli fino a quello di fine squadra 3. La squadra 1 iniziera’ poco prima e proseguira’ fino a dove riesce.

Finito il nostro lavoro iniziamo la lenta risalita.

Arrivati alla base del P23 ci fermiamo a riprendere fiato.

Mentre cerco di recuperare il fiato mi capita di confrontare la corda fissa con quella che abbiamo appena messo. Stavo per raccontare a Luca un altro aneddoto sugli Urli, di quella volta in cui facemmo un’esercitazione di soccorso lungo la galleria. All’epoca avevamo una vecchia barella Steinberg tenuta rigida da stecche di legno. Quella volta esagerammo decidendo di imbarellare lo speleo laziale di maggior peso, in tutti i sensi, ossia il nostro caro amico Claudione. Con molta fatica riuscimmo a fare il passamano per un buon tratto di galleria. Arrivati quasi in vista del P23 alcune stecche di legno della barella si spezzarono senza ritegno ne’ preavviso lasciando tutti stanchi e costernati. Se avessi un poco piu’ di memoria probabilmente ne avrei tante da raccontare. Magari un giorno riusciro’ anche a farlo, ma ora torniamo a noi.

Come dicevo il confronto tra le corde attira la mia attenzione. Avvicino le corde per vedere meglio. In effetti la corda fissa sembra avere un diametro molto maggiore rispetto a quella che abbiamo messo ora. Sarebbe il caso di cambiarla.

Luca si e’ dissetato, ha recuperato le forze, anche se non ne aveva bisogno, e ora e’ pronto per salire.

Io per sicurezza vado a rifugiarmi nella vicina nicchia. Scopro che qualcuno in quel posto ha scavato e trovato una prosecuzione che non credo sia documentata. Sarei tentato di andare a vedere ma alla fine rinuncio. Chissa’ se i nostri rilevatori la prenderanno in considerazione…

Aspetto pazientemente che Luca arrivi su, intanto faccio foto di quel che vedo dal mio rifugio. In alcuni punti la roccia sembra tenersi su grazie a incastri posticci.

Quando Luca arriva su, rintraccia la mia bandoliera e me la cala giu’. Inizio a salire anche io. A meta’ salita vedo il famoso canapone della prima discesa a opera, credo, di un fantomatico “legionario”. Mi raccontarono che questo tizio si calo’ senza attrezzatura, con il solo aiuto delle braccia. Cosi’ mi dissero e cosi’ racconto a Luca mentre approfitto di una sosta per riposare.

Arrivati a questo punto parte sempre la considerazione che piu’ passano gli anni e piu’ i pozzi si allungano, pero’ mi consola vedere la partenza del pozzo, ci sono quasi.

Dopo il pozzo c’e’ da affrontare le strettoie. Al ritorno sono ancora piu’ ostiche poiche’ non c’e’ piu’ la gravita’ a darti una mano. Passo per primo e mi incastro per benino. Risolvo forzando non poco sul mio povero sterno. La differenza con Luca e’ evidente, lui nella strettoia ci si rigira comodamente per ammirare degli ossicini sul fondo.

Il peggio e’ passato, dai. Ora rimane il pozzo Daniela e poi saremo praticamente fuori.

Sono quasi fuori, il fiore accanto alla corda sembra essersi miracolosamente salvato. Tento una foto ma la fotocamera non collabora.

Aspetto Luca godendomi il residuo tepore dell’esterno.

Finiamo di sistemare le nostre robe poi ci avviamo verso il piazzale di Campocatino. Il vento gelido ci accoglie immancabile all’arrivo alla pista da sci ma poi si placa quando svalichiamo.

Al piazzale c’e’ il buon Gabriele ad attenderci. Dopo i saluti gli raccontiamo cosa abbiamo combinato mentre lui ricambia dicendoci cosa ha fatto in compagnia di Patrizio.

Sono stanchissimo. Decisamente non ho piu’ il fisico per fare attivita’, anche leggera, per due giorni di seguito, quindi al ritorno tendo ad assopirmi. Questo non toglie che sia stata una bella giornata, speriamo anche utile per il corso. Alla prossima.

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About fato63

Pratico la speleologia da qualche anno ormai. Mi sono finalmente deciso a tenere un diario delle uscite. Approfitto del blog per renderlo consultabile e commentabile.
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