Con Martina, Luca, Vittorio e Gabriele per una visita esplorativa a questa simpatica grotta.
Oggi sono andato solo per esorcizzare definitivamente l’influenza che mi ha funestato l’ultima settimana. Faccio ancora fatica a reggermi in piedi ma non ce la facevo a stare fermo ancora. Armato quindi di buona volonta’ mi sono unito agli amici per una nuova avventura.
In verita’ dovevamo andare a proseguire l’esplorazione di pozzo Pasqualitti ma la mattina Nerone, andato avanti in perlustrazione, ci ha riportato la sconfortante notizia di una tempesta di neve su a Livata. Apprendere del meteo avverso e cambiare al volo la destinazione e’ stato un attimo. Il da fare non manca mai.
Durante la sosta per la colazione definiamo la nuova destinazione, andremo alla Bucia dell’Ortaia in quel di Rocca di mezzo, quella nel Lazio, vicino a Rocca Canterano.
Dopo una ventina di minuti di strada arriviamo alla nostra meta, il parcheggio del paese vicino la chiesa. I miei amici si cambiano vestendo i panni da speleo mentre io mi limito a cambiare gli scarponi.
Il tempo non e’ dei migliori, ma abbiamo visto di peggio, speriamo regga.
Una volta pronti prendiamo il sentiero che porta al campo di calcio del paese. Ora il sentiero e’ stato adornato con un cancello ma supponiamo sia li’ per tenere fuori mucche e altri animali. Visto che e’ aperto non ci poniamo troppe domande e andiamo verso la grotta.
Dopo qualche pozzanghera fangosa arriviamo all’ingresso della grotta.
Mentre i miei amici fanno gli ultimi preparativi prima di entrare io faccio un giro per cercare qualcosa di utile per sfoltire i rovi che impediscono il passaggio.
Trovo aiuto in un robusto palo di legno preso a prestito dalla vicina recinzione, lo sfilo con delicatezza, sfoltisco e lo rimetto in sede senza danni. Ora l’ingresso e’ transitabile, c’e’ da togliere solo il rudere metallico, una panca forse, che avevo messo dopo l’ultima visita.
Ecco Luca e Vittorio, le nostre giovani speranze. Per loro, come pure per Martina, questa e’ la prima visita. Magari vedendo la grotta con occhi nuovi troveranno qualcosa che a me e Gabriele finora e’ sfuggito.
Alla fine la curiosita’ ha la meglio sulla debolezza quindi entro pure io. Purtroppo dopo pochi metri c’e’ un passaggio scomodo che costringerebbe a sporcare i miei abiti non da grotta. Visto che non ho portato alcun ricambio di abiti con molto dispiacere faccio un paio di foto a Martina e Gabriele e poi faccio spazio per il passaggio di Vittorio e Luca.
Me ne torno quindi all’esterno dove impiego la successiva mezz’ora a curiosare nei dintorni.
Rientro anche per il primo metro per un paio di foto.
Nel frattempo i miei amici, mi aiuto con una foto di Gabriele, raggiungono il punto in cui la volta scorsa avevamo trovato una possibile prosecuzione da esplorare, mettono una corda per sicurezza e poi Luca scende a dare uno sguardo. Anche lui riesce a far poco ma ricava l’impressione che dopo lo stretto ci sia un ambiente piu’ ampio. Varra’ la pena di fare una nuova visita.
Foto: Gabriele Catoni
Mentre i miei amici sono impegnati nella esplorazione io cerco di passare il tempo trasportando sassi alle pozze di fango per rendere meno “sporchevole” il passaggio al ritorno. Quando il freddo inizia ad avere la meglio decido di rientrare ancora in grotta per chiedere a Gabriele di darmi le chiavi dell’auto.
Metto subito in atti il mio proposito e per fortuna ottengo quel che mi serviva. Raccolgo quindi le mie cose e vado in macchina dove indosso una maglietta asciutta e mi metto seduto al calduccio per un sonnellino.
L’arrivo dei miei amici mi desta dal torpore da attesa nullafacente. Mentre si cambiano mi faccio aggiornare su quanto hanno fatto…forse hanno trovato una prosecuzione fangosa che la volta scorsa non avevamo notato. Per il resto hanno portato con se’ solo l’intenzione di tornare a proseguire l’esplorazione nel pozzetto stretto.
Visto che sono le 13.30 e l’appetito inizia a farsi sentire, viene naturale puntare al locale ristorante “Bell’orizzonte” dove delle belle fettuccine sembrano attendere solo noi.
In attesa del pasto andiamo a riscaldarci ai caloriferi davanti alle ampie finestre. Ancora non sazi di avventura fantastichiamo di nuove ricerche ammirando il paesaggio con affioramenti calcarei che abbiamo davanti.
Dopo un lauto pasto riprendiamo le auto e torniamo a casa, anche per questa volta siamo stati bene e abbiamo fatto cose piacevoli in buona compagnia…gia’ questo e’ tanta roba. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Bucia dell’Ortaia – 15/02/2025
Con Nerone e Gabriele di nuovo a lavoro per conoscere meglio questa grotta.
Come sempre Nerone e’ arrivato alla grotta con largo anticipo e noi con comodo ritardo quindi lo troviamo a fumare la sua fida pipa appoggiato al guardrail gustandosi il tiepido sole di oggi.
Neve in giro nemmeno a parlarne, dalla temperatura sembra gia’ primavera, per noi una giornata gradevolissima, per chi ama la neve e vorrebbe sciare forse un po’ meno.
Gabriele ci presenta con orgoglio il suo nuovo “aggeggio” tecnologico, una telecamera termica. Sembra molto interessante, potrebbe essere utile per scovare nuovi ingressi di grotte. Va subito a scansionare l’area vicino a Piccola Creta per vedere se e’ possibile ricavarne qualcosa.
Quando torna siamo pronti a partire e ne approfitto per fare a Gabriele una serie di foto col suo nuovo strumento.
Nerone, che evidentemente non ce la faceva piu’ ad aspettare si e’ caricato come un mulo e ha preso di buon passo il sentiero che porta alla grotta.
Io mi sbrigo a seguirlo mentre Gabriele cammina piu’ lentamente per proseguire con la scansione “termica” dei dintorni.
A meta’ della prima salita sono gia’ col fiatone e Nerone e’ ancora lontano.
Sul piano riesco a recuperare terreno e alla fine arriviamo quasi insieme alla grotta. Gia’ non ricordavo piu’ dove fosse e non ricordavo nemmeno questo cespuglio di…ora non mi viene il nome…che puo’ essere un buon riferimento.
La nostra grotta e’ ancora qua con tutto il mucchio di tronchi che avevamo messo a protezione dell’ingresso. Per ora va bene cosi’ ma Nerone decreta che a breve anche questa grotta avra’ il suo bravo recinto.
Togliamo di mezzo tutti i tronchi di protezione e diamo inizio ai lavori. Non potevamo non iniziare con una bella scansione termica, cosa di cui Gabriele si occupa subito.
Nerone intanto prepara gli attrezzi necessari mentre io, dopo essermi messo l’imbrago, mi godo il sole e faccio foto.
Sembra che tocchi a me entrare. Per iniziare allarghiamo un po’ l’ingresso per arrivare con maggiore facilita’ al pozzo parallelo. Quando l’ingresso e’ un poco piu’ largo mettiamo la corda e scendo di un metro fino all’imbocco del nuovo pozzo. Anche qua con il supporto dei miei amici che mi passano il necessario quando e’ necessario procedo ad allargare. Quando reputo l’accesso abbastanza comodo entro finalmente nel nuovo pozzo. Proseguo con l’allargamento del pertugio d’accesso, bonifico il pozzo dai sassi pericolanti che ho creato e quelli che erano gia’ in loco, fortemente impastati con tenace fango.
Quando intorno a me e la situazione sembra sicura mi faccio passare il necessario per piantare un fix e poi procedo nel farlo. Non e’ semplice trovare roccia compatta in mezzo a questi massi posticci. Alla fine trovo un punto consono. Non e’ in alto come mi sarebbe piaciuto, ma tutti i massi piu’ adatti hanno un suono “fesso” alla prova del martello.
Sistemato l’attacco metto il discensore e scendo un ulteriore metro dove ci sono ancora tanti sassi posticci da buttare giu’. Lavoro con impegno per almeno un’ora. Da fuori ogni tanto reclamano aggiornamenti ma ho veramente poco da dire.
Quando mi sembra di aver pulito abbastanza provo a scendere ancora ma subito mi incastro. Devo tornare su un poco e crearmi lo spazio per poter allargare sotto di me. Come sempre piu’ si sta scomodi a lavorare piu’ la roccia che crea impedimento e’ compatta e decisa a restare dove e’ nata.
Con una buona mezz’ora di lavoro scomodissimo e senza sosta riesco a levare i principali spuntoni che ostacolavano il passaggio. Proverei anche a scendere ma da fuori reclamano che la temperatura sta scendendo e iniziano a sentire freddo. Faccio quindi una foto per documentare quello che vedo e poi con la dovuta fatica torno su a raggiungere i miei amici.
Una volta fuori non rimane altro che rifare gli zaini mentre racconto la situazione ai miei amici. Terminiamo i preparativi rimettendo a posto i tronchi di protezione e poi ci avviamo per tornare alle auto.
Qualche minuto e siamo alla strada.
Mentre riprendiamo gli abiti civili chiacchieriamo della grotta e delle prossime esplorazioni, come sempre. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Pozzo Pasqualitti – 25/01/2025
Continuano i lavori in questa grotta, importante per molti motivi sia affettivi che di aspettative. Stavolta con Nerone, Luca e il prezioso supporto esterno di Tarcisio e Patrizio.
La mattina ci incontriamo a Guarcino per un veloce saluto a Tarcisio poi ci stipiamo tutti e tre nella macchina di Nerone e saliamo a CampoCatino dove, per fortuna, oltre alla neve un vento gelido e un freddo considerevole, ci attende Patrizio per ospitarci nel rifugio CAI. Potersi cambiare al caldo non ha prezzo. Ci cambiamo nella sala dei letti perche’ quella principale e’ gia’ occupata, oggi il rifugio ospita anche un corso di sci di fondo.
Una volta cambiati, salutiamo il nostro amico, l’allegra comitiva del corso e partiamo alla volta della grotta. Appena fuori dal rifugio mi accorgo di un errore madornale, non ho indossato il cappelletto e mi ritrovo in un secondo con le orecchie ridotte a due ghiaccioli. Nerone che e’ piu’ previdente ha il passamontagna, gli faccio una foto per invidia! Quando le orecchie iniziano a dolere per il freddo mi decido e tolgo il casco recuperando il cappelletto che custodisco dentro e me lo metto con molto sollievo. Litigo quasi un minuto per riallacciare il casco ma ora va molto meglio.
Iniziamo a scendere nel canalone dove si trova l’ingresso della grotta. Dobbiamo stare attenti, sotto un apparentemente innocente straterello di neve fresca c’e’ un solido quanto insidioso strato di ghiaccio. Andiamo avanti a piccoli passi saggiando la tenuta del piede prima di avanzare.
L’ingresso e’ laggiu’, con la neve si intravede appena.
Eccoci arrivati, da vicino e’ meno peggio di quanto non sembrasse da lontano.
C’e’ neve ma la grotta si e’ fatta valere e di lato l’ha sciolta.
Togliamo il cancello di protezione per controllare meglio. C’e’ neve solo per il primo metro, non male.
Mentre Nerone termina i preparativi per l’ingresso inganno il tempo facendo una foto a Luca che riesce a sorridere nonostante il vento ghiaccio che ci fustiga con insistenza.
Tutto pronto. Si entra. Andiamo in fila indiana verso il primo (e per ora unico) pozzo. Nerone per primo, io lo seguo e Luca chiude la fila.
Guardando Nerone affrontare il pozzo mi viene da pensare che forse ci sara’ bisogno di dargli ancora un’allargata. Nerone infatti ci si deve infilare a forza.
Alla fine il peso e l’esperienza hanno la meglio e Nerone scompare verso la base del pozzo.
Subito lo raggiungo e nell’attesa di Luca lo importuno con una foto.
Alla base del pozzo togliamo l’attrezzatura che per ora (solo per ora, speriamo!) non serve piu’. Ancora un poco di strisciare e divincolarsi nello stretto e siamo al trivio dove Luca prendera’ per la diramazione sinistra e noi quella destra. Luca si prepara per portare lo stretto necessario, dove andra’ lui lo spazio e’ ancora piu’ esiguo di quello dove staremo noi…che vi assicuro non e’ molto.
Nerone ed io arriviamo in zona scavo. Il lavoro si presenta arduo, esattamente come l’avevamo lasciato, nessun miracolo e’ occorso nel frattempo. Sistemiamo le nostre cose e iniziamo.
Nerone prova a infilarsi di testa ma dopo pochi secondi deve rinunciare, troppo faticoso.
Nelle pause di lavoro sentiamo distintamente il rumore del trapano di Luca, sembra vicinissimo ma la grotta inganna e illude. Dopo circa tre ore di lavoro siamo ben stanchi, anche Luca ha abbandonato il suo cantiere e ci ha raggiunti. Visto che ho fame e che serve posto per far entrare Luca in zona lavori io me ne torno indietro e gli faccio spazio. Lui e’ lo smilzo del nostro gruppetto e magari riesce ad affacciarsi avanti e vedere se c’e’ un ambiente disposto ad accoglierci. Passando mi approprio del suo trapano e lo porto con me. Dopo il frugale pasto a base di cubetti di coppiette e di parmigiano annaffiati con una gradevolissima acqua gelida metto mano al trapano e cerco di rendere piu’ confortevole, ovvero “nerorato”, il passaggio per tornare indietro.
Ogni tanto interrompo il lavoro per dare una voce ai miei amici e sentire cosa combinano, pero’ poco capisco, mi rassegno ad aspettare un altro momento per avere aggiornamenti. Dopo un’altra mezz’ora li sento avvicinarsi, e’ l’ora di tornare al gelo esterno. Mi raggiungono e insieme in fila indiana prendiamo la via per uscire.
Stavolta sono io ad aprire la fila, Nerone in mezzo e Luca ancora a chiudere. Sono quindi il primo a godere del gelo che viene dall’esterno quando sono nel cunicoletto iniziale.
Per non prendere troppo freddo stando fuori aspetto che NErone mi raggiunga prima di prendere coraggio e uscire.
Fuori vento e freddo non sono cambiati per nulla, il vento anzi sembra rinforzato sia in velocita’ che come “gelidezza”. Arrivo in cima piu’ veloce che posso e mi riparo vicino al muro che costeggia la strada…ancora una volta ho scordato di indossare il cappelletto. I miei amici arrivano in un paio di minuti, giusto il tempo di iniziare a sentire freddo.
Ecco una piacevole sorpresa, Tarcisio era al rifugio ad aspettarci e ora ci ha raggiunti.
Il piacere di vederlo e’ doppio, sia per la simpatia sia perche’ questo significa che il rifugio e’ aperto e potremo cambiarci al caldo.
Dopo aver salutato Tarcisio Luca ed io ci avviamo a piedi verso il rifugio mentre Nerone e Tarciso vengono con le auto.
Nella sala principale del rifugio, ora libera, ci aspetta il caminetto acceso, una delizia incommensurabile!
Fuori anche il gelo ha invidia di noi!
Un paio di minuti per riprendere fiato sono necessari.
Metto anche la tuta accanto al fuoco e la viziosa prende a fumare come non mai, tanto che devo riprenderla severamente!
Dopo il cambio con gli abiti asciutti e l’aiuto del caminetto facciamo un poco di relax mentre Tarcisio si alterna tra il parlare con noi e alimentare le stufe che aiutano a stemperare il gelo.
Quando siamo adeguatamente scongelati e rifocillati con uno spuntino dobbiamo prendere la decisione di tornare verso casa. Esco all’esterno ma stavolta non ho scordato di indossare il cappelletto quindi il vento gelido non mi disturba piu’ di tanto. Una foto al panorama cupamente bello e poi ci avviamo alle macchine per dare via al ritorno a casa.
A Guarcino salutiamo Nerone e poi andiamo con Tarcisio al bar per un caffe’ prima di prendere commiato. Recuperata l’auto prendiamo anche noi la strada di casa, lascio Luca a meta’ strada e proseguo.
Guidando in solitaria ripenso a questa giornata. Ancora tanto lavoro ci attende in questa grotta caparbia che promette ma senza concedere piu’ di tanto. Noi abbiamo pazienza, speriamo la grotta apprezzi e si conceda, finalmente. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Grotta Gianni Mecchia – 18/01/2025
Con Vittorio, Luca, Gabriele. Una visita a questa interessante grotta per fare un poco di pratica.
La mattina Gabriele ed io, dopo tutte le soste canoniche, arriviamo alla fontana del gatto e una volta tanto non siamo gli ultimi e ci tocca aspettare l’arrivo di Luca e Vittorio.
Ecco i nostri giovani amici, sorridenti e pronti a tutto. Per Vittorio e’ la prima esperienza in grotta, un’occasione preziosa per fare pratica con l’attrezzatura. Luca invece si cimentera’ con l’armo.
Ho piacere che chi incontra le grotte per le prime volte racconti le proprie impressioni, quindi a fine giornata ho chiesto a Vittorio di scrivere di questa uscita. Lascio quindi la parola a lui prima di proseguire col mio racconto:
—————————————– Relazione di Vittorio ————————————————– In data 12/01/2025 ho conseguito la mia prima uscita in grotta col Gruppo Shaka Zulu.
Eravamo in 4 io, Luca, Fabrizio detto Bibbo e Gabriele e la grotta nella quale siamo discesi è quella dell’arcaro.
Ci siamo incontrati alla fontana del Gatto verso le 10 del mattino e subito si è iniziato a scaricare e predisporre l’attrezzatura, il compito assegnatomi da Bibbo in questo frangente, vista la mia totale mancanza di esperienza, è stato quello di sciogliere 3 nodi su un cordino praticamente pietrificati, operazione poi completata e conclusa da Luca.
Una volta predisposto il tutto ci siamo avviati e sul tragitto Gabriele ha risposto in maniera molto esaustiva a diversi dubbi e domande che avevo e ci ha tenuto a spiegarmi in maniera precisa e dettagliata diverse nozioni geologiche e di speleologia, cosa che poi è continuata con mio grande interesse e piacere per tutta l’uscita anche all’interno dell’ ipogeo.
Arrivati dinanzi all’entrata Luca ha iniziato ad “armare” la nostra via di entrata, il primo pozzo era di circa 4 metri e anche qui Gabriele e Bibbo sono stati molto esaustivi nello spiegare come si può armare una via, facendomi vedere come sia possibile anche tramite altri metodi rispetto a quello messo in opera da Luca.
Una volta armata la via ci siamo preparati alla discesa, non so bene spiegare le mie sensazioni al momento, sicuramente c’era molta curiosità e voglia di conoscere e vedere, ma anche una specie di timore, quasi reverenziale per la grotta, la curiosità era tanta ma anche il pensiero di ciò che sarebbe potuto andare storto mi ha sfiorato diverse volte prima di entrare. Luca è stato il primo a scendere, io il secondo, montato il discensore con la supervisione di Gabriele e Bibbo ho effettuato la mia prima discesa in un vero pozzo, molto meno spaventoso e più semplice di quanto pensassi. Smontato il discensore e accesa la luce mi sono messo ad osservare il luogo in cui mi trovavo, una grande spaccatura sotto terra, costituita interamente da colate di sedimento che andavano a creare tra le più particolari conformazioni.
Luca e Bibbo hanno iniziato ad armare la seconda discesa mentre Gabriele mi istruiva sulla differenza tra stalattiti e stalagmiti, come tali conformazioni si formassero, del perché esse assumessero colori diversi in base alle impurità e alla profondità, sugli animali che vivono nella grotta e altre nozioni interessanti. Armata la seconda discesa, ci siamo calati nel secondo pozzo e qui le conformazioni diventavano sempre più presenti e tendevano a schiarire e diventare più bianche, qui abbiamo visto anche le prime vele o “fette di prosciutto”; delle conformazioni che spuntano dalla roccia, di forma piatta e larga, le quali sono quasi trasparenti se illuminate e che se colpite molto delicatamente emettono un suono molto particolare quasi come se si andasse a colpire una lastra di vetro. Anche qui le spiegazioni sono state numerose e ricordo di essere rimasto affascinato dal fatto che un ambiente così ostile e apparentemente morto sia in realtà pieno di vita, non solo per i numerosi residenti tra insetti e pipistrelli, ma anche perché esso cresce, si espande, muta e come se fossimo entrati in un enorme organismo con le sue regole e i suoi processi vitali nel quale anche il tempo sembra seguire le proprie regole.
Superato il secondo pozzo abbiamo camminato per un po’ tra spaccature e conformazioni di concrezioni sempre più chiare e incredibili. Effettuata l’ultima discesa siamo arrivati al punto più basso della grotta. Il punto dei “tortellini in brodo” come lo ha chiamato Gabriele ricordando un aneddoto molto divertente.
Qui io e Luca siamo stati invitati da Bibbo a salire in una saletta piena di cristalli, alla quale si accede salendo con delle corde già presenti. Abbiamo montato croll e maniglia e siamo saliti fino a un “piano” intermedio dal quale siamo scesi nella sala dei cristalli; qui per la prima volta ho avuto qualche problema a montare il discensore. Essendo seduto lateralmente rispetto alla corda infatti, non riuscivo a montarlo da una prospettiva diversa da quella frontale. Per fortuna grazie alle indicazioni di Luca alla fine sono riuscito a montarlo e siamo entrati nella sala più meravigliosa della grotta. Completamente ricoperta da sedimentazioni di cristalli e di vele enormi che si estendevano dalla parete per diversi centimetri. Una vista incredibile e sicuramente insolita.
Il mio stupore è stato interrotto da Bibbo che non ci aveva seguito sulla stessa via bensì aveva esplorato alcune aperture alternative sbucando da una fessura al lato opposto rispetto a quello da cui eravamo entrati. Qualche risata e qualche altro minuto ad osservare i cristalli e siamo scesi dalla saletta iniziando così la risalita verso la superficie.
Avevo timore che le risalite dai pozzi tramite il croll e la maniglia sarebbero stati sfiancati ma non è stato così, certo non è sicuramente un attività riposante ma non è così distruttiva come avevo immaginato.
Io ho proseguito seguendo Bibbo mentre Gabriele e Luca smontavano le corde dai vari pozzi. Alla penultima corda invece Bibbo e Luca si sono fermati a smontare mentre io e Gabriele abbiamo effettuato l’ultima risalita essendo così i primi ad uscire seguiti poi da Bibbo e Luca.
Insomma un’esperienza unica, all’insegna della conoscenza, della meraviglia e della passione per le grotte, lo studio e l’esplorazione.
———————————— FINE della relazione di Vittorio ——————————————-
Ringrazio Vittorio per aver condiviso le sue impressioni e proseguo con la mia relazione…dove ci eravamo lasciati? Ah si, Luca e Vittorio sono appena arrivati alla Fontana del Gatto…e’ la prima volta che si si vede dall’inizio dell’anno quindi ci soffermiamo per qualche chiacchiera ci sta sempre bene.
Dopo esserci reciprocamente aggiornati circa gli accadimenti dallo scorso anno ad oggi illustriamo brevemente ai nostri amici cosa faremo e iniziamo a prepararci.
Vittorio si cimenta con la sistemazione dell’imbrago, si e’ un poco intrecciato e gli serve impegno e tempo per renderlo indossabile.
Mi sono completamente scordato di dover cambiare il discensore. In verita’ gli avevo promesso di cambiarlo al termine della esplorazione di Piccola Creta, ma dalle sue condizioni credo dovro’ abbandonarlo prima.
Lo confronto con uno nuovo, quello di Vittorio e la differenza sembra evidente.
Una volta pronti partiamo per raggiungere l’ingresso della grotta. Alla prima salita fatico un po’ ma raggiunto il falsopiano successivo recupero. Luca va avanti di buon passo.
Come sempre me lo sono detto ma poi non l’ho fatto. Dovevo portare delle forbici per potare eventuali rovi fino all’ingresso e me ne sono dimenticato. Per fortuna qualche anima buona lo ha fatto per noi abbastanza di recente.
Ecco l’ingresso basso, quello da cui entriamo solitamente.
Poggiamo le nostre robe nel cunicolo d’ingresso e poi Luca inizia ad armare. Per prima cosa sposta un multifix (lo avevo piantato io una delle volte scorse) da destra a sinistra.
Mentre Luca opera Gabriele intrattiene Vittorio con qualche nozione di base, poi mi impossesso della sua attenzione per fargli serrare i dadi delle due piastrine di partenza dell’armo.
Sistemo la corda per permettere a Luca di proseguire con l’armo. La corda messa in questa maniera, oltre a non toccare la parete penso sia utile come sbarramento, o punto di “allongiamento”, per chi si volesse affacciare sul pozzo.
Dopo Luca parte Vittorio, cosi’ veloce che non faccio a tempo a fargli una foto. Rimedio quando oramai e’ arrivato.
Ora scendo io, Gabriele intanto fa gli ultimi preparativi.
Mentre scendo il P6 d’ingresso, il nostro armatore, seguito dal suo allievo, scende verso il pozzo successivo.
Arrivato alla base del pozzo urlo la libera a Gabriele e poi aspetto che mi raggiunga.
In un paio di minuti siamo tutti all’inizio della spaccatura dove inizia il pozzo successivo, non ricordo quanto sia profondo ma diciamo sia un P12. Gabriele continua ad istruire Vittorio con nozioni di tecnica e aneddoti speleologici vari, io vado a seguire Luca nel suo operato.
Luca ha gia’ armato il traverso iniziale e ora e’ sulla verticale del pozzo per sistemare gli attacchi e la corda per poterlo scendere. Dopo un paio di metri gli dico di cercare un posto comodo dove posizionare il deviatore e dopo aver scrutato la parete per un poco trova un attacco naturale che sembra fatto apposta per i nostri bisogni.
Sistema il cordino, ci mette un moschettone a completare il deviatore e poi prosegue fino alla base del pozzo. Anche se Luca e’ gia’ stato nella grotta dice di non ricordarla per nulla. Lo dimostra subito scendendo il pozzo tenendosi sempre sulla verticale fino ad arrivare alla base in un punto stretto senza sbocchi. Pone rimedio alla cosa risalendo qualche metro e spostandosi poi lateralmente fino all’approdo solito. Completa l’armo legando il finale della corda a una concrezione compiacente. Dopo di lui scende Vittorio che si districa, anche col deviatore, senza problemi.
Quando siamo nuovamente radunati ci spostiamo al pozzetto successivo, un P10, diciamo, avanzando di una ventina di metri nella frattura che compone la grotta. Qua troviamo quella che penso sia un’antica testimonianza dei primi esploratori.
L’armo del pozzo in se’ non porta via molto tempo, pero’ Luca e io impieghiamo almeno mezz’ora di fatica e impegno per togliere un attacco alla partenza del pozzo con un fix ballerino che gira su se stesso. Dopo aver lottato a lungo entrambi, io tenendolo fermo attacco e fix e Luca cercando di togliere il dado, finalmente veniamo premiati. Recuperiamo la piastrina facendola nostra come “premio di guerra” e con molta soddisfazione mi occupo di martellare il fix malandrino dentro la parete in maniera che a nessuno possa riuscire di utilizzarlo di nuovo.
I nostri amici infreddoliti dall’attesa accolgono con sollievo il nostro trionfo e con esso il termine dell’armo del pozzo. In pochi minuti Luca, Vittorio ed io siamo alla base del pozzo e proseguiamo. Gabriele si attarda un poco nella discesa.
Passando Luca mostra a Vittorio una stalattite in formazione, gliene aveva parlato poco prima Gabriele. Ne approfitto per farle una foto.
Mentre proseguiamo nella frattura per arrivare alla piccola risalita R2 armata con corda fissa sento il rumoreggiare di Gabriele mentre scende il pozzo. Tutto bene quindi. Proseguiamo lungo la frattura. Dopo la R2 noto, girandomi nella direzione da cui provengo un buio interessante. “Un giorno o l’altro dovro’ andare a vedere dove porta” mi dico.
Ancora una decina di metri di frattura e siamo alla base della risalita R15 (stimata) che porta alla parte alta della frattura con ambienti molto concrezionati. Gabriele ci raggiunge ma decide di fermarsi alla base della risalita per riposare. In effetti anche io mi sento un poco stanco oggi, sara’ il tempo. Senza troppo sforzo, in verita’, convinco Luca e Vittorio a salire per non perdersi lo spettacolo della parte alta della frattura. Io decido di fermarmi a fare compagnia a Gabriele e per fare uno spuntino.
Mentre mi rifocillo con i bocconcini di parmigiano e coppiette scatto foto ai nostri giovani amici che salgono alla parte alta.
Faccio una foto alla parete della frattura in questo punto. Mi incuriosisce perche’ si tratta di un mucchio di piccoli sassi (clasti?) che sembrano pronti a cadere ma sono immobilizzati in questa posizione apparentemente instabile da un successivo concrezionamento, avvenuto chissa’ quando. La frattura si e’ auto-riparata, mi sembra affascinante.
Termino le mie speculazioni speleo-filosofiche, e finisco lo spuntino. Mi impegno anche a fotografare una simpatica muffa che si e’ sviluppata qua, magari grazie a qualche briciola di cibo lasciata in passato da chissa’ chi.
Vedo che Gabriele si e’ appisolato, Luca e Vittorio sono arrivati sani e salvi in cima alla risalita…quasi quasi vado a vedere il pertugio individuato poco prima. Dico a Gabriele che torno subito, dubito mi abbia sentito, ma meglio cosi’.
Torno indietro di qualche metro fino al punto che voglio investigare. In pratica e’ un nuovo punto in cui la frattura si divide in due parti. Parte con una salita facile e piu’ avanti diventa verticale ma arrampicabile, mi sembra.
Ripongo la fotocamera e vado alla ventura. Sono sicuro che anche questo punto sia gia’ stato visto, ma per me e’ un’esplorazione nuova, la cosa mi affascina e mi incuriosisce.
Salgo facilmente la prima parte e arrampico la parte verticale senza troppe difficolta’.
Un’altra testimonianza dei primi esploratori.
Sono attorniato da concrezioni di un bianco candido appena screziate da poche righe di fango testimonianza di pochi passaggi pregressi. La salita prosegue facile ma sempre piu’ stretta, sopra di me vedo delle righe nella concrezione, probabilmente lasciate dallo sfregamento del croll di un qualche speleo che mi ha preceduto. Il punto e’ alquanto stretto e sono quasi tentato di mollare e tornare indietro quando in alto alla mia sinistra vedo il bagliore di luci. Valuto velocemente le posizioni dei miei amici, concludo che possono essere solo quelle di Luca e Vittorio. Alla fine decido di imitare chi mi ha preceduto e tento il passaggio stretto. Anche il mio croll lo sento raschiare sulla concrezione mentre forzo per passare.
Strada facendo trovo anche un millepiede. Non credo che questo sia il suo ambiente ma ad ogni modo cerco di dargli il meno fastidio possibile nel passare.
Quando sono in un punto non larghissimo ma decisamente piu’ comodo chiamo i miei amici. Mi rispondono subito, non mi ero ingannato, sono proprio loro. Guidato dalle loro voci mi avvicino fino ad incontrarli e in pochi minuti siamo insieme. Ho appena (ri)trovato un bypass alla risalita.
Scambio qualche parola con loro mentre diamo uno sguardo attorno. Troviamo una serie di graffiti che troviamo sinceramente evitabili e ne prendo una foto.
Le spettacolari concrezioni impreziosite di cristalli, le trovo bellissime anche se la foto non rende loro giustizia.
Da sotto sento Gabriele chiamare, forse e’ preoccupato dalla mia sparizione. Lo chiamo per fargli sapere che va tutto bene e poi scendo a raggiungerlo lasciando Vittorio e Luca a godersi la zona alta della grotta.
Da sopra sentiamo i nostri amici che si apprestano a raggiungerci. Urlo a Luca qualche consiglio per sorvegliare la discesa di Vittorio, che si e’ dimostrato bravo, ma e’ pur sempre alla sua prima grotta.
Dopo qualche minuto ecco Vittorio che scende sotto il vigile sguardo di Luca dall’alto…
…e Gabriele che gli fa sicura dal basso.
Eccolo che arriva.
Quando Vittorio e’ a un metro da terra Gabriele tira la corda per fargli provare come funzioni la sicura dal basso.
Corda libera, Luca ci raggiunge velocemente.
Una volta riuniti Vittorio e Luca reclamano una sosta per rifocillarsi. Anche io mi associo terminando le mie scorte di viveri. Dopo lo spuntino riprendiamo le nostre cose e ci avviamo per ripercorrere la strada percorsa e raggiungere l’ingresso. Visto che Luca e’ addetto anche al disarmo e Gabriele evitera’ P12 prendendo per il bypass, siamo Io e Vittorio ad andare avanti.
Arriviamo ancora tutti assieme alla base del P10 e ci apprestiamo a salirlo.
Dopo il pozzo Gabriele prende per il bypass.
Mentre Luca sale il pozzo e si appresta a disarmarlo noi proseguiamo verso il P12.
Eccoci arrivati. Salgo prima io e poi sale Vittorio.
Quando Vittorio arriva su alla partenza del P12 viene preso in consegna da Gabriele che intanto e’ arrivato dal bypass. Ci ha messo piu’ tempo del previsto perche’ il passaggio era ostruito da sassi.
Insieme si avviano verso il pozzetto d’uscita.
Io aspetto Luca, che intanto e’ arrivato e sta disarmando il P12. Come si dice: “Io amo il lavoro, starei ore a guardare le persone che lavorano!”.
Mentre attendo che Luca finisca, da lontano fotografo Gabriele che esce.
L’ultima fatica per Luca, il disarmo del pozzetto d’ingresso.
Vittorio e Gabriele attendono pazientemente commentando la giornata.
Disarmo terminato. Luca finisce di sistemare la corda nello zaino, Vittorio e Gabriele si avviano.
Fuori c’e’ foschia ma e’ ancora chiaro, sono passate le 5 da poco.
Quando Luca e’ pronto raggiungiamo gli altri.
E tutti insieme riprendiamo la sterrata che ci riportera’ alle macchine
La giornata si chiude qua, un bel giro in grotta che spero sia stato proficuo per Vittorio e Luca. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Pozzo l’arcaro – 11/01/2025
Una rilassante passeggiata alla ricerca di grotte nella parete che costeggia il fiume Fiora nei pressi di Vulci, in compagnia di Maria, Linda, Martina, Gabriele, Claudio e la partecipazione straordinaria di Betta e Luna.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Ricognizione a Vulci – 04/01/2025
Una uscita multi-gruppo in una grotta nuova per me.
La mattina ci si incontra tutti al parcheggio di Pian della Faggeta e si lascia la’ qualche macchina. Siamo un nutrito gruppo di speleo appartenenti a vari gruppi. Una volta radunati tutti saremo ben 11 speleo ad entrare in questa capiente grotta.
La grotta e’ in esplorazione sin dagli anni ’90 del millennio scorso e da qualche anno e’ Marco a prendersene cura chiamando a se’ tutti gli speleo che ne abbiano voglia. Marco potrei di re di conoscerlo da una vita, e’ uno di quei personaggi di cui nell’ambiente speleo si sente spesso parlare…ma credo che questa sia la prima volta che andremo in grotta assieme. Oggi sono stato invitato da Fabio a far parte di questo eterogeneo quanto nutrito gruppo, e credo di doverlo proprio ringraziare per la bella giornata offertami.
Con un poco di ritardo arrivano anche Tullio e Ada che si sistemano per iniziare a prepararsi.
Ecco altri tre componenti, spero di non sbagliare troppi nomi, veramente troppi per la mia povera memoria. In ordine di lettura quindi vi presento Fabio, Alessandro e Simone
Un primo gruppetto e’ pronto e inizia ad inerpicarsi verso la grotta. Il verbo inerpicarsi come potr’ constatare e’ l’unico adatto alla salita che mi aspetta. Visto che sono pronto anche io, li seguo cercando di non farmi distanziare troppo.
Fabio, che mi precede di poco, dice che il riferimento sono i 4 tassi che troveremo l’ungo l’erta. Al quarto si deve girare a destra procedendo in quota fino a raggiungere la grotta. Guardo verso l’alto cercando speranzoso i tassi, ne scorgo 3, il quarto purtroppo e’ troppo lontano per essere individuato. Richiamo forze e buona volonta’ e proseguo ad arrancare per la salita.
Quando gia’ iniziavo a perdere fiato e speranza una nuova immagine mi rasserena. Qualcuno del gruppo si e’ fermato levandosi lo zaino dalle spalle. Il mio sconsiderato ottimismo mi fa sperare che non sia una sosta tecnica a meta’ strada ma il tanto agognato ingresso. Certo mi manca ancora un bel tratto di salita, ma gia’ sapere che la meta e’ in vista non e’ male.
Il mio ottimismo una volta tanto era nel giusto, si e’ formato un gruppo in quel punto, si tratta proprio dell’ingresso e la distanza non e’ piu’ tantissima.
Ci sono quasi!
Sono arrivato. Nel frattempo i miei amici di questa giornata hanno iniziato a scendere il pozzo d’ingresso.
Ecco Fabio, una foto di saluto mentre iniziamo a vestire l’attrezzatura.
Arriva Marco, subito seguito da Gaetano.
Mi affaccio sul pozzo per vedere dove sto andando. Non male, mi pare.
Arrivano anche Ada e Tullio.
Arriva il mio turno per scendere. Alla base del primo pozzo trovo il teschio di un povero animale che ha terminato i suoi giorni qua dentro. Magari si tratta proprio della faina che da’ il nome alla grotta.
Un piccolo tratto col pavimento bagnato mi portera’ al prossimo pozzo. Attendo fuori il mio turno perche’ pare che il pozzo scarichi.
Inganno l’attesa riprendendo la discesa di chi mi segue, non sono certo ma credo sia Marco.
Il pozzo successivo e’ dotato di una paratia di legno a protezione dai sassi che possono provenire dall’alto.
Oggi provo per la prima volta la nuova lampada che ho comprato. L’ho presa perche’ ha la possibilita’ di zoomare. Alla base di uno dei pozzi, sempre in attesa del mio turno per scendere il successivo, provo lo zoom. Fa una curiosa luce a rombo ma a parte questo sembra fare bene il suo mestiere.
La sequenza di pozzi ogni tanto si interrompe per qualche cunicolo visibilmente “artificiale” ma poi si riprende la discesa.
Ancora un pozzo.
A forza di scendere perdo il conto dei pozzi ma alla fine arriviamo a quella che e’ stata nominata “Sala del Multiverso”, forse perche’ da qua partono diverse diramazioni, due sicuramente, forse una terza che sara’ esplorata oggi da Ada e Tullio.
Quando arrivo alla sala del Multiverso ci trovo Fabio che oggi si occupera’ del rilievo della parte nuova nella diramazione “destra”. Io per ora credo mi fermero’ qua. Gironzolo per la sala e trovo un angoletto dove un accumulo di fango mi inpedisce di vedere oltre. Incuriosito mi faccio prestare un maleppeggio e vado a scavare un po’ di fango. Come sempre mi lordo in maniera incredibile e mi scordo di riporre la fotocamera dentro la tutta che quindi diventa una palletta di fango. Lavoro a togliere fango finche’ si spezza il manico dell’arnese avuto in prestito quindi devo desistere.
Pero’ nel frattempo siamo stati raggiunti da Marco e Gaetano che subito si organizzano per il lavoro che vogliono fare oggi, allargare la diramazione di “sinistra”. Decido di rimanere con loro a dare una mano. Saluto Fabio che prosegue nel rilievo della diramazione destra per poi dare una mano al gruppetto che lavorera’ in quel punto.
La sala del Multiverso e’ a due livelli e per raggiungere la diramazione di sinistra si deve scendere di un paio di metri. Marco e Gaetano sono gia’ li’ a preparare.
Ci sono dei pipistrelli ma non molti, lungo la discesa credo di averne contati 7. Cercando di non disturbare troppo faccio la foto a uno di loro.
Iniziamo a lavorare per l’allargamento del passaggio nella diramazione sinistra. Il tempo passa veloce ma la fatica si sente e ci alterniamo spesso a lavorare col trapano, con mazzetta e scalpello e a spostare i sassi che produciamo.
Di posto nel punto in cui si lavora non ce n’e’ molto. In un momento in cui sono sfaccendato decido di andare a visitare la diramazione destra. Avviso i miei amici e mi avvio. Dopo un breve scivolo arrivo ad un primo pozzo, non molto largo, ma senza essere troppo scomodo. Dopo ne incontro un altro e scendo pure lui. Ancora qualche metro camminando e in lontananza intravedo una corda arancione, troppo nuova e pulita per essere qua da molto tempo. Deve essere la partenza del nuovo pozzo di cui mi parlava Fabio. Arrivo alla partenza del pozzo e mi affaccio. Sotto vedo una sala di dimensioni generose, forse la piu’ grande incontrata finora e il gruppo di speleo che stanno lavorando in un punto che non riesco a vedere. Chiedo se posso scendere ma ricevo come risposta un “Attendi un attimo”. Mi metto comodo e aspetto. Quando mi sembra di aver aspettato un tempo congruo ripeto la richiesta di poter scendere…la risposta e’ sempre la stessa: “Aspetta un attimo”. Lo confesso, non amo aspettare, pero’ se proprio devo cerco di essere paziente. Mi rimetto in attesa. Dopo qualche altro minuto ripeto la richiesta di poter scendere. Al terzo “Aspetta un attimo” confesso di aver perso il poco di pazienza che avevo racimolato quindi decido che e’ il momento di tornare indietro. Il pozzo nuovo lo vedro’ la prossima volta se ci sata’ occasione e un attimo meno fuggente.
Ritorno alla sala del Multiverso in tempo per vedere l’arrivo di Ada e Tullio che hanno terminato la loro esplorazione, con un nulla di fatto, purtroppo.
Riprendo a lavorare con Marco e Gaetano e gli altri mentre Ada e Tullio, dopo aver dato uno sguardo alla “nostra” diramazione, scendono a tentare la fortuna col pozzo “AspettaUnAttimo”, sicuramente con maggior fortuna di me.
Il lavoro alla diramazione e’ andato avanti alla grande. Ora ci si puo’ affacciare a dare uno sguardo al fondo del pozzo, in fondo sembra proseguire il meandro e si vede l’acqua scorrere fino a perdersi in corrispondenza dell’immancabile curva. Riprendo a dare una mano e allarghiamo ancora un pezzo, il minimo indispensabile per far passare qualcuno smilzo. La prescelta e’ Ada, che nel frattempo e’ ritornata dalla visita al pozzo “AspettaUnAttimo”. Marco mette una corda e lei si intrufola nello stretto fino alla base del pozzo. Per un poco scompare alla nostra vista ma sentiamo la sua voce che descrive il meandro che purtroppo dopo la curva a sinistra diventa stretto. Ada pero’ ci da’ speranza, urlando verso lo stretto si sente un eco, sintomo che probabilmente dopo allarga. Termina la sua esplorazione mentre io completo l’armo mettendo un deviatore in modo che la corda non tocchi. Termino il mio lavoro e risalgo lasciando spazio ad Ada perche’ possa risalire.
Saziata la nostra curiosita’ di sapere cosa ci aspetta dopo decidiamo di chiudere il cantiere per questa volta.
Pian pianino iniziamo a formare il lungo serpentone per tornare in superficie. Faccio qualche foto qua e la ma solo per ingannare il tempo tra un pozzo e l’altro.
Penultimo pozzo credo, questo credo sia Massimiliano, non ho molte certezze in questo momento!
Agli ultimi pozzi mi investe una corrente d’aria ghiaccia che mi fa temere molto per l’uscita. Per fortuna quando finalmente esco a riveder le stelle la temperatura non e’ cosi’ rigida come sembrava da dentro. Aspetto l’uscita di Tullio e insieme aspettiamo che Ada ci raggiunga quindi insieme partiamo per raggiungere le macchine…e i vestiti asciutti.
La bella giornata termina con un’allegra cena tutti insieme. Che altro dire se non: Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Pozzo della faina – 28/12/2024
Si, sono 40 anni che vado in giro a illuminare il buio delle grotte. Lo faccio ancora con molto entusiasmo e contentezza nonostante diventi ogni volta piu’ difficile e lungo il recupero dalla fatica.
Ma quando ho iniziato? Purtroppo la mia pessima memoria non ha tenuto traccia di una data d’inizio. L’ho fissata d’arbitrio ai primi giorni del febbraio 1985 con una sommaria ricostruzione di quanto ho (ri)scoperto grazie agli amici.
Il mio lacunoso ricordo registra solo tre momenti e non posso nemmeno dire con sicurezza quanto sia effettivamente accaduto e quanto sia vero. Quasi sicuramente la mia prima uscita in grotta e’ stata alla grotta delle Piane, vicino Titignano, grotta ad andamento prevalentemente orizzontale, favolosamente labirintica, che ha tenuto a battesimo migliaia di speleologi o aspiranti tali.
Posiziono questo evento a febbraio di qualche anno semplicemente perche’ ricordo un gran freddo, forse uno dei primi poiche’ gli steli d’erba erano addobbati con del ghiaccio lavorato dal vento, tanto da farli sembrare tante lame. Di quella giornata ricordo anche l’entrata in grotta e il mio sconcerto nel vedere la prima strettoia. Il pensiero, lo stesso che penso prenda tutti coloro che la affrontano la prima volta: “Impossibile passare per quel buchetto infimo e stretto!”. Ricordo anche che ero vestito con quello di caldo che avevo trovato a casa ed avevo coperto il tutto con un Kway azzurro utile a trattenere il mio abbondante sudore nei vestiti.
Appena passata la strettoia con stupore e sollievo, in attesa del resto del gruppo (eravamo in parecchi) ricordo che trovai per terra un pezzo di stalattite di buone dimensioni e del peso di un paio di chili. Innamorato di quell’ingombrante quanto brilluccicante pezzo di calcite, il primo che vedevo in vita mia, chiesi agli istruttori che ci guidavano se potevo tenerlo. Loro, con un ghigno divertito che capii solo ore dopo mi dissero prontamente di si. Portai in giro per tutta la grotta con non poca fatica questo pesantissimo trofeo, ogni tanto maledicendolo, ma senza mollarlo mai. Facemmo tutto il giro classico, arricchito da una salita a quella che Massimiliano, l’amico che mi aveva “costretto” a questa esperienza, chiamava la “Sala delle Meraviglie”. Vicino all’uscita, dopo tanta fatica per non separarmi dal mio gioiello di grotta ne ero sinceramente quasi disamorato. Qualche commento buttato la’ dai nostri istruttori sul fatto che non si devono portare pezzi di grotta all’esterno per non depauperarla rapidamente compie definitivamente l’opera e, quasi con sollievo, abbandono il mio tesoro a pochi metri dall’uscita, quasi senza rimpianti. Da questa esperienza ho imparato principalmente due cose: a lasciare alla grotta le sue robe e che le grotte possono essere molto interessanti. di questo dopo tutto devo ringraziare Massimiliano per avermi costretto a partecipare a questa avventura alle Piane con incrollabile insistenza.
Quindi ricapitoliamo, il mese d’inizio l’ho attribuito empiricamente a febbraio. Il giorno e’ perso per sempre ma, visto che tradizionalmente in grotta si va di domenica, poniamo fosse la prima domenica di quel mese, tanto per puntare un giorno. Tutto bene, manca solo l’anno…
Ma per l’anno aspettiamo ancora qualche attimo. Voglio terminare la quasi onirica storia della mia iniziazione alla speleologia, che ripeto, potrebbe essere frutto solo della mia fantasia.
Dopo l’avventura alle Piane l’entusiasmo di Massimiliano si e’ fuso col mio rendendo piu’ veloci gli accadimenti successivi. Ricordo una intensa giornata alla palestra di roccia a Fioranello ad imparare l’uso di strani attrezzi con strani nomi impossibili da ricordare. Questi attrezzi servivano per salire e scendere dalle corde, imparare a usarli era il passo successivo per poter proseguire il mio indottrinamento speleologico.
Il battesimo del fuoco in una grotta verticale lo ricordo come fosse oggi, ma non posso assicurare che prima ci siano state altre uscite preparatorie. Di questa uscita posso dire che sicuramente e’ stata quella che mi ha scolpito la speleologia nel cuore. Sempre Massimiliano, l’artefice della mia prima formazione, mi porta in un posto magico a Sant’Oreste, sul monte Soratte. Una montagna particolare che svetta senza un perche’ in mezzo alla piana del Tevere. E’ ricca di grotte e ancora oggi non smette di regalarci sorprese. In questo paese della cuccagna per speleologi ci sono delle grotte molto particolari, quasi un emblema del posto, si dice che siano conosciute sin dal tempo del’impero romano e sono le prime ad essere inserite nel Catasto grotte del Lazio. Si, parlo proprio dei Meri e in particolare del Mero Grande.
Il Mero Grande, chiunque faccia speleologia nel Lazio deve conoscerlo. E’ un affascinante buco verticale nella roccia profondo circa 90 metri. Quel giorno Massimiliano mi porto’ a scenderlo. Ando’ sicuramente avanti lui a sistemare la corda e poi io lo seguii. Non ho ricordi di timore o paura, ma probabilmente era solo l’incoscienza di un ventenne a nasconderla. Ricordo pero’ chiaramente che a un terzo circa della discesa mi fermai a guardare verso l’alto. Immaginate, ricordate con me: sono in un punto in cui la luce del giorno ancora riesce a raggiungermi, vedo la corda salire dritta e tesa sopra di me per poi sparire nella luce dandomi la sensazione di essere appeso al cielo. Uno sguardo sotto dove una lucina minuscola mi indica la presenza del mio amico e sento la potente voce silenziosa della grotta che mi chiama a scendere ancora.
E’ sicuramente in questo momento in cui ho sentito che la speleologia, l’andare in grotta in ogni sua forma e modo, sarebbe stato da allora in poi parte di me.
Questo e’ quanto posso dire della mia iniziazione come speleologo. Manca, come dicevamo, da definire l’anno. Di recente, grazie a un evento, ho aggiunto un tassello. Parliamo della Grotta Grande dei Cervi, ma riprenderemo il discorso piu’ tardi. Per giungere a definire l’anno in cui ho iniziato ad andare in grotta, nel tempo ho raccolto qualche dato grazie ai ricordi di vari amici e qualche scampolo di ricordo mio. Un punto fermo ce l’ho, tempo fa riordinando alcune carte, di cui ho perso di nuovo traccia, ho trovato la lettera del V° gruppo del C.N.S.A (la “S” di “e speleologico” doveva ancora venire) in cui si attesta che nel corso del 1987 avrei svolto l’anno di aspirantato per diventare volontario del Soccorso.
Quindi nel 1987 dovevo essere una speleologo minimamente autonomo nella progressione e abbastanza esperto, con almeno un paio d’anni di pratica alle spalle. L’anno inizia a definirsi.
Di questo anno sicuramente intenso ricordo ben poco. Sicuramente non e’ sfuggita alla mia mente l’ultima, tremenda, esercitazione. Eravamo in Campania, non ricordo in quale zona ne’ in quale grotta, allora il V° gruppo raccoglieva piu’ regioni quindi spesso le esercitazioni erano tenute fuori dal Lazio.
Per noi aspiranti questa esercitazione era la prova finale, dopo questa avrebbero deciso chi di noi sarebbe diventato volontario e chi no, c’era posto per tutti gli aspiranti tranne uno. Arrivammo la sera prima in un rifugio di montagna accolti da freddo, neve e un vento furibondo. Dormimmo nel rifugio, dico dormimmo anche se per me si tratta di una esagerazione poiche’ il rifugio aveva il pavimento in terra battuta e all’epoca io non possedevo un tappetino “dormiben” per isolarmi del freddo della terra. Inoltre il freddo esterno era appena stemperato dal timido fuoco di un caminetto, da cui ero lontano. Come se non bastasse il mio sacco a pelo era uno di quelli estivi, molto fresco d’estate ma poco, pochissimo utile d’inverno. Ricordo passai la notte sveglio tremando come una foglia. Per fortuna il giorno dopo la buriana era passata o magari dopo la notte terribile passata il freddo esterno mi sembrava piu’ accogliente. Venimmo suddivisi in piccole squadre operative come si soleva fare ai tempi. Capitai insieme a Marco, aspirante come me e con Marco, speleo e soccorritore gia’ esperto a sorvegliare noi pivelli. La zona della grotta che ci era stata assegnata era una minuscola cengia a circa meta’ di un ventoso pozzo da 70 metri. La nostra consegna era di attrezzare per il recupero della barella e quindi di attendere l’arrivo della stessa per tirarla su e farla proseguire. L’inizio fu facile, allora l’armo della grotta era fatto solo piantando spit a mano, una pratica che tiene sicuramente operativi e caldi. Arrivati alla nostra cengia, ancora incuranti del vento freddo, iniziamo a piantare spit per attrezzare il recupero della barella alternandoci nell’opera. Una volta terminato l’armo di recupero iniziamo ad attendere…attendere…attendere. Quando finalmente da sotto ci giungono rumori noi siamo letteralmente inebetiti dal freddo, ancora non lo sappiamo ma scopriremo poi di essere rimasti li’, in attesa, per quasi 12 ore! In qualche maniera ci riprendiamo e facciamo quel che dobbiamo. A me tocca ancora una fatica, accompagno la barella nel secondo tratto di salita del pozzo. A fine esercitazione scopro di essere stato scelto tra i volontari, ma non tanto per merito mio quanto perche’ il mio amico, e compare di aspirantato, Marco, durante l’uscita dalla grotta si e’ sentito male per il troppo freddo patito.
Questo e’ il primo indizio, nel 1987 avevo almeno 2 anni di esperienza. Stiamo forse parlando del 1985? Forse si, ma andiamo avanti col secondo indizio.
Questo e’ un ricordo donatomi da Nerone e riguarda il suo corso di speleologia, quello grazie al quale ha appreso i rudimenti delle tecniche speleologiche. Siamo nel 1986, tempo prima, chissa’ quando, Massimiliano ha lasciato il Gruppo Speleologico del Cai di Roma e si e’ unito allo Speleo Club Roma, io naturalmente l’ho seguito integrandomi ben presto nelle attivita’ del nuovo gruppo. Nerone frequenta il corso come allievo e io sono uno dei suoi istruttori. In quegli anni si era soliti concludere il corso con una bellissima uscita, quella alla grotta Antro del Corchia in Toscana, presso Levigliani. Non so da quanto fossi allo SCR ma, anche se la presentazione di Massimiliano aveva forse abbreviato i tempi non poteva essere pochissimo che frequentavo il gruppo per poter essere preso tra gli istruttori del corso. Comunque sia ero la’ quel giorno in cui entrammo in grotta. All’epoca si facevano ancora corsi molto numerosi, penso avessimo tra i 15 e i 20 allievi. Iniziamo la nostra gita come di consueto dalla “buca di Eolo”, una condotta ventosa. Non ricordo quando, non ricordo come ma dovevo aver gia’ fatto la mitica “traversata del Corchia Eolo-Serpente” almeno una volta per poterla conoscere abbastanza bene da non smarrirmi troppo nei labirintici chilometri (64km? Ma ora saranno anche di piu’) di questa grotta. Com’e’, come non e’ nell’ultima parte della traversata mi ritrovo solo alla guida di tutto il folto gruppo di allievi. Certo di sapere dove andare proseguo spedito, i pozzi da scendere sono terminati, si deve solo arriva al Pozzo Empoli, da salire. Il mio riferimento per girare verso destra verso la sala di partenza del pozzo e’ la corda della risalita per andare al “ramo dei romani”, ma purtroppo non la vedo e passo oltre. Dopo un altro quarto d’ora in cui non riconosco i posti che attraverso mi trovo con tutto il gruppo degli allievi in una sala dove ci sono vari arrivi, alcuni in salita, alcuni in discesa e persino una potente cascata. Per cercare di non creare il panico dico a tutti di stare calmi e aspettarmi sul posto senza muoversi mentre vado a controllare una cosa. Vado indietro di corsa, all’epoca ce la facevo anche a correre! In poco tempo ritrovo la corda del “ramo dei romani” e l’orientamento perso. Torno, sempre di corsa dagli allievi e trovo un caos indescrivibile, gente disperata buttata a terra, altri che tentano di risalire i pozzi (Nerone era tra questi!), qualcuno addirittura vicino alla cascata. Con un poco di fatica ricompatto il gruppo, lo rassicuro e in qualche minuto, assicuratomi di avere tutti, ripartiamo fino ad arrivare felici e contenti alla grande sala dove inizia il pozzo Empoli, sala che oggi credo sia parte del percorso turistico. Questo e’ quanto ho ricostruito grazie al ricordo di Nerone, ovvero di quella volta in cui l’ho fatto perdere dentro il Corchia!
Ricapitolando, nel 1986 sono istruttore in un corso SCR e conosco abbastanza bene (ma non troppo!) la traversata dell’Antro del Corchia Eolo-Serpente. Spero di non sbagliare troppo attribuendomi almeno un anno pieno di esperienza.
Ma proseguiamo con un nuovo indizio scoperto da poco. A novembre 2024 e’ stato celebrato il trentesimo anniversario della scoperta della grotta Grande dei Cervi in quel di Pietrasecca. Questo evento mi ha portato alla mente un altro episodio delle mie prime esperienza speleologiche. In quel periodo la grotta era in esplorazione e Massimiliano, che era tra gli scopritori, mi invito’ ad accompagnarlo per una visita al sifone finale. All’epoca la mia attrezzatura era approssimativa, figuratevi che utilizzavo un discensore autocostruito da un socio (non ricordo se del CAI o delllo SCR), senza clicchetto di apertura, ad ogni frazionamento andava smontato dal moschettone per effettuare la manovra. Al posto della maniglia per la salita avevo uno shunt, meno costoso ma di utilizzo laborioso. I miei vestiti erano ancora quelli delle Piane e coprivo il tutto con l’immancabile Kway azzurro. Massimiliano, sapendo che la grotta, per arrivare al sifone era un lungo meandro allagato di fango fino alla vita, ebbe pieta’ di me. Avviandoci all’ingresso della grotta incontrammo uno speleo dall’allegria nervosa ma contagiosa (oggi e’ il mio amico Claudio) e Massimiliano con disinvoltura gli chiese di prestare a me la sua tuta in PVC…e lui accetto’! Con molta emozione indossai quindi per la prima volta una tuta speleo per andare ad ammirare dei posti meravigliosi. Grazie Claudio e grazie Massimiliano.
Questi i miei tre preziosi indizi per ricostruire una storia perduta. Alla fine forse avrei potuto scegliere come anno d’inizio anche il 1984 e darmi un anno in piu’ di esperienza in cui “diluire” gli indizi ritrovati, ma diciamo che il 1985 va benone. Ricapitolando, abbiamo detto che si trattava del mese di febbraio, molto probabilmente agli inizi. Consultando il calendario dell’epoca ho deciso di fissare la data alla prima domenica del mese, il 3 febbraio 1985.
Per la felicita’ di tutti quindi la data in cui festeggero’ i miei (primi) 40 anni di speleologia sara’ il 15 febbraio 2025, che viene convenientemente di sabato. Ancora e sempre, alla prossima.
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A pranzo con tanti amici per festeggiare i primi trent’anni della Federazione Speleologica del Lazio, FSL (eFfeeSseeLle) per chi e’ in confidenza!
La giornata prevede anche la visita del bunker del Soratte, sia a piedi che col trenino ma per questa volta Betta ed io ci asteniamo preferendo partecipare solo al pranzo.
Verso l’ora stabilita ci vediamo con tutti gli altri convenuti alla piazzetta di Sant’Oreste e dopo i saluti prendiamo la strada dove e’ indicata “La Terrazza di Marisa”, il ristorante dove festeggeremo il trentennale della FSL.
Prendiamo possesso di un paio di sedie e poi inizio il mio reportage fotografico della giornata con una foto che riprende Betta e un motto che mi strappa un sorriso.
Pian pianino la sala si riempie, c’e un tavolino separato dove si sono accomodati Luciana e Piero con Stefano e Antonella.
La tavolata principale e’ ancora semivuota. Antonella ne approfitta per una chiacchiera con Lorenzo.
Ecco Antonella in tutta la sua esuberante belta’.
La tavolata si anima e purtroppo inizia a rivelarsi meno capiente del desiderato.
Ne fanno le spese Arianna e Cristiano che arrivano un poco piu’ tardi del resto del gruppo e si ritrovano senza posto a sedere.
Ben compattati ma senza perdere l’allegria il pranzo ha inizio con qualche parola di Piero in qualita’ di Presidente della FSL.
Fotografo Rosa che fa la fotografa.
Il tavolo VIPs!
Il pranzo, dopo una partenza confusa e complicata per la sistemazione dei partecipanti, inizia e procede senza problemi, allegro e caciarone come si deve.
A fine pasto Piero ci presenta la cuoca del ristorante che si e’ riconosciuta con emozione una delle ex-allieve del professor Piero.
Dopo l’allegro pranzo prendiamo commiato dai simpatici ristoratori che ci hanno ospitato e usciamo al freddo di Sant’Oreste. Un bel vento gelido ci accoglie all’esterno e non ci permette di sostare molto a completare le chiacchiere fatte a tavola.
Salutiamo tutti e torniamo a rifugiarci in auto per riprendere la strada di casa. Ispirati da un incontro con Silvana e Luciano, anche loro a prendere la macchina dopo il pranzo assieme, facciamo una sosta intermedia prendendo il sentiero per i celeberrimi Meri , dove alcuni soci del GsCaiRoma sono andati a cimentarsi con i loro spettacolari pozzi.
Non arriviamo a salutarli perche’ la strada e’ dissestata nell’ultimo tratto, lasciamo i nostri saluti a Silvana e Luciano. Senza fretta ritorniamo in dietro e prendiamo infine la strada di casa.
Un pranzo in buona compagnia per festeggiare una bella ricorrenza, il trentesimo compleanno della FSL. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su FSL, il trentennale – 15/12/2024
Con Giuseppe a prendere una bagnata epica. All’esterno Fabrizio e Gabriele per manovrare gli strumenti “radiologici” inventati da Fabrizio per individuare il secondo ingresso della grotta.
La mattina arriviamo sperando in una temperatura ghiacciata per poter sperare in un po’ meno acqua nella grotta. Purtroppo quando arriviamo al parcheggio troviamo che i 10 cm di neve raccontatici da Nerone nei giorni scorsi sono solo un ricordo, pessimo indizio. Ma Giuseppe ed io, sprezzanti della situazione avversa iniziamo a prepararci.
All’ingresso si vedono bene i pochi rimasugli di neve rimasti.
Finiamo di prepararci, Fabrizio ci fa uno spiegone su come usare gli strumenti “radiologici”, una scatola con un filo che fa d’antenna e una radio. Terminiamo mettendoci d’accordo che accenderemo scatolo e radio per le una, diciamo tra le una e le una e trenta. Giuseppe regola il suo orologio, una foto insieme e poi si entra.
Prima di entrare col mio zaino enorme e pesantissimo recupero la fotocamera e faccio una foto di saluto ai miei amici.
Non mi viene di fare foto oggi. Questa grotta oramai l’ho fotografata in ogni centimetro, penso che possiamo fare a meno di altre. La sfodero alla partenza del P25 mentre Giuseppe passa la parte stretta.
A meta’ pozzo mi urla la libera, l’ho avvertito di fermarsi perche’ altrimenti potrebbe avere una brutta sorpresa, la corda che si interrompe a 5 metri dalla base! Appena arrivo tiro fuori la corda portata per sostituire quella lesionata e armeggio per sistemarla. Quando il risultato mi soddisfa lascio il passo a Giuseppe per proseguire. In corrispondenza dello sperone di roccia che ha lesionato la corda mi fermo a sistemare meglio il deviatore aggiuntivo messo la volta scorsa. Lo osservo terminando la discesa, ora mi sembra vada bene, la corda non tocca piu’.
La pigrizia da foto che mi ha preso oggi mi fa dimenticare anche di salutare Giuseppe che si ferma alla risalita delle stalattiti di fango per allargare la prima parte, quella dove l’altra volta ho avuto difficolta’ a salire.
Io lo saluto e proseguo per la risalita. Passo il solito cunicolo con qualche sbuffo perche lo zaino non vuole proprio collaborare e si incastra dovunque. Mentre lo maledico a gran voce formulo il pensiero: “Mai piu’, va bene uno zaino pesante ma non cosi’ largo e ingombrante”.
Mentre salgo incontro un pipistrello che riposa. Per non disturbarlo troppo passo velocemente facendogli una foto con meno illuminazione possibile. Non viene granche’ ma almeno il pipistrello non sembra dare segni di stress.
Alla cengia che chiamo pomposamente “campo base” svuoto lo zaino di tutto quello che posso lasciare. Da lontano mi arriva l’urlo di Giuseppe, e’ l’una quindi accendo gli attrezzi “radiologici” e li sistemo per portarli con me. Lo scatolo me lo appendo all’imbrago, con la radio provo a trasmettere un messaggio ai miei amici e poi la attacco al porta-materiali.
Quando mi sembra di avere tutto, inizio a salire. Dopo tante pedalate sotto l’acqua inizio a vedere la meta. Sono sotto al restringimento dove tolsi il cordino in kevlar di Giulio.
Passandolo rammento l’avvertimento di Angelo, in effetti nel primo tratto la corda tocca. In effetti con molta attenzione lo si potrebbe evitare, ma dopo l’episodio della corda lesionata sul P25, giudico che e’ meglio non rischiare. Passo il punto critico guardandomi attorno per vedere come risolvere. Uno dei fix della risalita sembra fare al caso mio. Proseguo ma col proposito di sistemare l’armo al ritorno.
Alla cengia di Giulio mi fermo a prendere fiato. Decido di salire il passaggio stretto sopra di me usando la corda e non arrampicando. Lo faccio ma con difficolta’, quindi una volta sopra metto un nuovo attacco per rendere piu’ agevole il passaggio.
Avanti a me, a circa 3 metri vedo l’anello messo da Angelo per la salita. Mi viene da sorridere, e’ sotto una fontana di pioggia che vien da sopra, non ci penso nemmeno ad avvicinarmici.
Prima di proseguire mi fermo a spostare i massi pericolanti che sono tra me e la prosecuzione della risalita. In qualche minuto di fatica riesco a spostarli dove no posso far danno. Mentre termino di sistemare i massi in uno spiazzo alla mia destra noto un buco a un metro da terra. Mi affaccio me non mi sembra nulla di che. Proseguo.
Guardo il tratto da risalire. Il punto centrale scelto da Angelo la volta scorsa non e’ certamente praticabile, pero’ spostandomi sulla sinistra si puo’ salire stando relativamente asciutti. “sbambolino” la corda lasciata da Angelo e inizio. Vado avanti senza particolari problemi e salgo mettendo i cinque attacchi che avevo portato. Solo ora mi accorgo di una “piccola” dimenticanza…non ho portato altri fix oltre quelli che avevo predisposto sulle piastrine. Poco male, mi dico, inizio ad essere stanco, bagnato e infreddolito. Con un sospiro guardo la parte di risalita che rimane da fare e provo a fare qualche foto per documentare.
Le foto non vengono molto bene ma in compenso io finisco di bagnarmi a puntino sotto una doccia d’acqua ghiacciata. Prima di mollare provo di nuovo a trasmettere un messaggio via radio ai miei amici all’esterno ma la radio rimane muta.
Fatto quel che dovevo sistemo la corda per proseguire il lavoro la prossima volta e scendo disarmando gli attacchi, ora superflui, usati per la risalita. Come mi ero ripromesso passando in discesa faccio una sosta per sistemare il deviatore. Non avendo cordini faccio una catena di maglie rapide a cui aggiungo il moschettone per il deviatore. Non bellissimo ma funzionale, la corda ora non struscia piu’. Magari la prossima volta ci metteremo un cordino.
Al campo base rifaccio lo zaino e scendo all’inizio della risalita. Quando arrivo chiamo Giuseppe per sentire come gli va. La sua voce mi sembra arrivare dalla parte opposta da dove dovrebbe arrivare ma immagino sia dovuto alle proprieta’ acustiche della grotta in questo punto. Con qualche sbuffo e molte maledizioni allo zaino, passo il cunicolo in senso contrario. Quando ne esco chiamo nuovamente Giuseppe e invece di vedere la sua luce alla risalita delle stalattiti di fango, me lo ritrovo alle spalle alla partenza del cunicolo. Mentre mi raggiunge mi racconta che finito il suo lavoro alla strettoia e’ venuto a cercarmi. Non ricordando bene cosa gli avevo detto ha dapprima sceso una parte del P65 rendendosi subito conto di aver preso una via sbagliata. Risalendo ha visto il cunicolo e ci si e’ infilato ma senza vedere la corda della risalita. Ha cosi’ seguito il meandro per quei pochi metri fino a dove lo abbandonammo anni fa. Vabbe’, penso, male non fa, ha visto una parte della grotta che non conosceva.
Una volta di nuovo insieme lo saluto di nuovo per iniziare a salire il P50 mentre lui termina di raccogliere le sue robe e ricomporre lo zaino. Appena inizio a salire mi accorgo che, se all’andata l’acqua era molta, ora e’ diventata una cosa incredibile, impossibile da evitare. Con rassegnazione salgo sperando di riuscire a tenere un passo di salita tale da non farmi doppiare da Giuseppe, che e’ molto piu’ allenato di me. Con non poco fatica ma molta soddisfazione ci riesco, anche se proprio al limite. In pratica lui e’ partito un buon 5 minuti dopo di me e siamo arrivati quasi assieme. Posso accontentarmi!
Prima di partire per il P25 faccio un paio di foto al mio amico, lasciandogli poi il compito di “imbambolinare” per benino la nuova corda appena sistemata sul P25.
Alla partenza del P25 la solita strettoia mi fa consumare la scorta annuale di imprecazioni contro il mio zaino mastodontico che ama incastrarsi ovunque. Anche i passaggi stretti successivi prendono la loro robusta razione.
Pero’ alla fine, anche stavolta, ne esco…stanco, bagnato fino al midollo ma soddisfatto.
Un saluto frettoloso a Fabrizio e Gabriele poi corro alla macchina a cambiarmi prima di ghiacciare. Mentre mi cambio i vestiti zuppi Gabriele mi aggiorna sui nostri esperimenti. Il ricevitore “radiologico” che ho portato in giro appeso all’imbrago pare non aver dato segnali al ricevitore all’esterno. La radio da loro si e’ animata un paio di volte ma senza poi riuscire a comunicare. C’e’ ancora da lavorare sullo strumento, mentre per la radio c’e’ da vedere se salendo piu’ in alto dara’ segni di vita.
Dopo esserci cambiati ci muoviamo per fermarci al bar a bere qualcosa di caldo. Mentre sorbivamo le nostre bevande mi capita di vedere persone che si accomodano nella zona ristorante con l’evidente intenzione di mangiare. Chiedo ai miei amici se per caso sono interessati ad uno spuntino e sembrano essere d’accordo. Visto che sono solo le 6 del pomeriggio scateno Gabriele per chiedere se fosse possibile mangiare qualcosa anche per noi. Pare di si, la cuoca ha “solo” polenta con salsicce e spuntature da offrire ma per noi va piu’ che bene. Ci accomodiamo.
Facciamo onore a quanto ci portano chiacchierando della giornata appena trascorsa e dei prossimi esperimenti “radiologici”. La fame e’ tanta e questo e’ quanto rimane della polenta e le spuntature dopo qualche minuto.
Dopo il lauto spuntino arriva il momento del commiato. Ci salutiamo e ognuno va perla propria strada di casa, Gabriele ed io allunghiamo leggermente per passare al magazzino e posare il materiale sopravvissuto alla grotta. Troviamo Nerone ad attenderci e ci soffermiamo con lui per aggiornarci a vicenda, lui oggi e’ andato a Sezze con Elia per un incontro sull’archeologia.
Il ritorno e’ quieto e senza traffico. Ancora una giornata decisamente bagnata ma non senza soddisfazioni. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Piccola Creta 14/12/2024
Con Martina, Laura, Federica, Maria, Claudio e Gabriele a cercare grotte vicino al fiume Fiora.
Dopo un lungo viaggio in macchina arriviamo al castello dell’Abbadia, o di Vulci, che sorge nei pressi di Canino. Ci fermiamo per una rapida visita.
Ecco il castello in tutto il suo splendore.
Non andiamo dentro al castello ma ci dirigiamo a un ponte molto panoramico.
Ci saliamo e ci fermiamo in mezzo per ammirare il fiume Fiora che scorre sotto di noi.
Dopo la breve parentesi culturale torniamo alle auto e andiamo per strade bianche a cercare il punto dove ci fermeremo per iniziare la ricognizione. I miei amici sono gia’ venuti una volta quindi si orientano benone. Per me, alla prima visita del posto, sembra tutto uguale.
Un rapido cambio di scarpe, sistemo un paio di cose utili nello zaino e sono pronto a seguire i miei amici.
Dopo un breve tratto sulla sterrata prendiamo un sentiero in discesa che ci porta all’inizio di un’ampia spianata bordata a destra da una parete in travertino e a sinistra da un bosco di querce, davanti a noi si intuisce il fiume Fiora. La parete gia’ dall’inizio sembra promettere bene.
Il primo buco da guardare con attenzione lo scopre Laura. Un piccolo scavernamento che nasconde un pozzo.
Sotto al pozzo si intuisce una sala.
Laura si prepara e scende in esplorazione. La sala sotto non e’ grande, ma nell’insieme la grotta e’ catastabile, lo conferma anche Gabriele facendo la scansione 3D col fido Lidar.
Subito sulla destra del buco scoperto da Laura ce n’e’ un altro di cui si occupa Martina. Anche quello si rivela catastabile.
Ancora piu’ a destra c’e’ un altro buco, vado a darci uno sguardo. Dopo un ingresso ampio si stringe in un cunicolo che sarebbe da vedere meglio ma una cacca di qualche animale posata proprio in mezzo al passaggio mi convince a desistere. La indico ai miei amici prima di muovermi per altri posti ma nessuno prende atto della mia scoperta quindi, anche se probabilmente sarebbe catastabile, ritorna presto nell’oblio.
Come dicevo passo dai miei amici prima di allontanarmi e li trovo in attesa che Gabriele termini con la scansione 3D della seconda grotta.
Continuo a spostarmi lungo la parete tra alberi, rami spinosi e altre piacevolezze. Ogni tanto trovo un buco che sembra interessante ma che poi si rivela un nulla di fatto.
Una bottiglia concrezionata.
Dopo un passaggio impervio trovo ancora un buco interessante e aspetto con pazienza che Laura mi raggiunga per vedere se ci passa per dare uno sguardo. Laura indossa il casco e si infila dentro…anche questo e’ un buco nell’acqua.
Alla ricerca di altre grotte mi inoltro tra alberi e rovi. Alla mia sinistra una sorgente forma un fiumiciattolo con abbondanti rovi, a destra salgo a cercare un passaggio fino ad arrivare ad un pianoro. Proseguo andando avanti ma ora sto costeggiando la parete dall’alto e non riesco a trovare un punto dove scendere di nuovo alla base.
Quando arrivo a vedere dall’alto il fiume Fiora mi arrendo e torno sui miei passi.
Ricongiuntomi con somma fatica a i miei amici li trovo proprio mentre Claudio riesce a creare un varco tra i rovi a colpi di roncola cosi’ da poter raggiungere Maria. Proseguiamo quindi tutti assieme lungo la piana che poco prima ammiravo dall’alto. Ora la sorgente me la trovo sulla destra e vedo che ogni tanto forma simpatiche pozze.
Eccoci al fiume Fiora, Gabriele e’ avanti e si dirige senza indugi in un punto che avevano visto nella precedente visita.
Ecco il fiume, e’ circa la stessa inquadratura che avevo visto nelle foto di Gabriele.
Qua il Fiora fa un’ampia curva, il posto e’ uno spettacolo, ci fermiamo ad ammirarlo.
Raggiungiamo Gabriele che trovo chino in uno sgrottamento a esaminare cocci. Me li mostra, non mi sembrano molto antichi ma non sono in grado di andare oltre un’impressione. Mentre lui li fotografa con attenzione io mi guardo intorno.
Vedo Claudio che si inerpica su una catasta informe di legno, va a cercare avanti. Lo seguo per un pezzo ma poi lascio perdere, troppo intricato. Torno indietro.
Trovo il resto del gruppo piu’ o meno affaccendato, chi fa spuntino, chi studia le rocce, chi come me fa nulla di particolare.
Pero’ l’idea di poter proseguire lungo la parete mi alletta quindi dopo un po’ riprovo, ma passando piu’ vicino alla riva del fiume.
Qua in effetti si passa abbastanza agevolmente e riesco ad andare oltre il punto intricato, ma solo per scoprire una bella parete senza buchi degni di nota. In compenso quando torno indietro mi accorgo che quando eravamo fermi a fare foto in corrispondenza della curva, sotto di noi c’era un buco interessante. Ne vedo anche un altro poco piu’ a destra che vale la pena vedere da vicino. Avverto Claudio e insieme andiamo a dare uno sguardo.
Radici trasformate in roccia.
Mentre io recupero la corda e la sistemo, Claudio disarrampica e va a vedere.
Non appena messa la corda lo raggiungo e gli lancio la fotocamera cosi’ puo’ documentare l’ennesina grotta mancata.
Per questa foto devo ringraziare Maria, l’ha scattata per memorizzare quanto dubbio fosse per lei il mio armo, a nulla sono valse le mie rimostranze e la prova di persona.
Claudio, dopo aver ripreso la mancata grotta fa una foto anche a me, una volta tanto ci sta bene.
Con la prima grotta ci ha detto male, andiamo a vedere la seconda.
Una foto di commiato.
Simpatiche formazioni di roccia.
Ritorniamo su, smontiamo la corda e ci spostiamo piu’ in la’ a cercare un punto dove scendere. Lo trovo quasi subito e anche se non e’ comodissimo riesco a tornare a livello del fiume.
Con qualche sforzo riesco anche a sporgermi per fare una foto alla possibile grotta ma nulla di piu’. Per essere certi che di grotta si tratta si dovrebbe scendere in acqua e non mi pare questa l’occasione giusta.
Tornando sui miei passi incontro Claudio che stava scendendo a sua volta. Lo aggiorno e intanto adocchio una forse-grotta. Vado a guardare dentro.
Dopo un paio di metri in comoda salita il buco prende decisamente per la verticale, salendo stringe. Forse potrebbe anche essere catastabile ma non mi sembra ne valga la pena. La lascio al suo destino.
Ritornati alla piana mi ritrovo con Federica e Maria, il resto del gruppo e’ tornato indietro alla parte da cui venivamo per provare a trovare un passaggio da questo lato ed esplorare la base della parete.
Noi decidiamo che e’ ora di andare a vedere un buco che si intravede all’altro lato della piana.
Arrivati in prossimita’ del buco in parete la vegetazione inizia a mostrarsi ostile, vado avanti tra canne e rovi e ben presto mi accorgo di essere rimasto solo. Maria ha abbandonato la tenzone e Federica e’ tornata indietro a tenerle compagnia.
In breve; traverso molti punti impervi e alla fine trovo un paio di buchi in parete non investigabili senza attrezzatura, trovo tre piccole sorgenti da cui risorge anche qualcosa tipo nafta o simili. Prendo le foto che posso e torno indietro. Quando sono quasi uscito per tornare alla piana vengo raggiunto da tutto il resto del gruppo di ritorno dalla parete di partenza. Spiego loro cosa ho trovato e indico la “strada” che ho seguito, poi li lascio per andare a raggiungere Maria.
Approfitto della sosta per fare un veloce cambio maglietta, quella che ho usato finora e’ fradicia di sudore, ora che la giornata avanza inizia anche a fare piu’ freddo, non e’ cosa buona averla addosso.
In pochi minuti il gruppo si ricompone.
Maria e Gabriele studiano le mappe che si sono portati mentre con Claudio ne approfittiamo per una foto spiritosa.
Amiche di casco.
Qua si studia forte.
Claudio e Laura, la strettoista della giornata.
Finita la pausa riprendiamo a camminare per tornare alle macchine. Attraversiamo un “bosco” di sterpi secchi di chissa’ quale pianta fino a uscire nei pressi del sentiero che porta alla sterrata dove sono parcheggiate le auto.
Foto a Claudio mentre fotografa il nulla.
Sara’ caccia se si va in giro con la roncola?
Un rapido spostamento con le vetture ci porta al nuovo punto di sosta dove prendiamo un comodo tratturo in piano che ci portera’ ad una parete dove ritrovare grotte gia’ in catasto. Una, la piu’ importante, a quanto dice Gabriele, e’ quella di Don Simone.
Arriviamo col sentiero fino ad affacciarci alla parete che cercavamo quindi pieghiamo a sinistra fino a incontrare un muretto. Qua Maria, che inizia a sentire la stanchezza, ci abbandona per tornare all’auto.
Poco dopo il muretto c’e’ un punto in cui e’ possibile scendere alla base della parete. Troviamo subito una delle grotte da ricercare, le faccio qualche foto anche se non ne registro il nome.
Poco piu’ avanti troviamo la grotta di Don Simone. Gabriele entra subito e inizia a farne il rilievo 3D.
Entro a dare uno sguardo veloce, ma non sono interessatissimo e poi non voglio intralciare il lavoro di Gabriele quindi lemme lemme torno indietro salendo l’incerto cumulo di sassi che sovrasta l’ingresso della grotta. Per non creare pericolo ai miei amici di sotto allargo leggermente il giro per non rischiare di smuovere sassi.
In un paio di minuti sono sulla verticale dell’ingresso, prendo a riferimento questo sasso particolare per ritrovare il punto un domani.
Vado ad affacciarmi alla parete per vedere cosa combinano i miei amici. Arrivo poco dopo un piccolo incidente, qualcuno ha imitato il mio giro ma con meno accortezza, un sasso e’ scivolato giu’ e ha preso Federica su una coscia. Per fortuna sembra non si sia fatta male seriamente ma un poco di nervosismo cala sul gruppo.
Vado avanti a cercare la grotta successiva ma non trovo un punto consono per scendere. Visto che quella che cerchiamo si chiama Grotta del lago immagino sia li’ sotto e sinceramente non me la sento di scendere fin laggiu’, quindi ritorno sulla piana e mi stendo comodo ad aspettare i miei amici, che infatti non tardano ad arrivare.
Riprendiamo il comodo tratturo in senso inverso mentre la sera inizia a impadronirsi della giornata.
Arriviamo alle auto che il sole sembra intenzionato a tramontare. Faccio ancora una foto mentre Federica si medica l’escoriazione sanguinolenta prodotta dal malcapitato incontro col sasso.
Mentre torniamo indietro con le macchine omaggio il sole quasi dormiente di un’altra foto.
Ci fermiamo a Montalto di Castro a fare uno spuntino, cerco di riprendere la riunione conviviale ma la fotocamera e’ stanca e il risultato non e’ dei migliori.
Al ritorno approfittando del fatto che sono sui sedili posteriori mi sistemo comodo e lascio a Federica il compito di intrattenere Maria mentre guida. Mi godo un bel riposino post-ricognizione svegliandomi praticamente sotto casa. Una bella giornata, con brivido finale. Alla prossima.
Pubblicato inUncategorized|Commenti disabilitati su Ricognizione a Vulci – 07/12/2024