Si, sono 40 anni che vado in giro a illuminare il buio delle grotte. Lo faccio ancora con molto entusiasmo e contentezza nonostante diventi ogni volta piu’ difficile e lungo il recupero dalla fatica.
Ma quando ho iniziato? Purtroppo la mia pessima memoria non ha tenuto traccia di una data d’inizio. L’ho fissata d’arbitrio ai primi giorni del febbraio 1985 con una sommaria ricostruzione di quanto ho (ri)scoperto grazie agli amici.
Il mio lacunoso ricordo registra solo tre momenti e non posso nemmeno dire con sicurezza quanto sia effettivamente accaduto e quanto sia vero. Quasi sicuramente la mia prima uscita in grotta e’ stata alla grotta delle Piane, vicino Titignano, grotta ad andamento prevalentemente orizzontale, favolosamente labirintica, che ha tenuto a battesimo migliaia di speleologi o aspiranti tali.
Posiziono questo evento a febbraio di qualche anno semplicemente perche’ ricordo un gran freddo, forse uno dei primi poiche’ gli steli d’erba erano addobbati con del ghiaccio lavorato dal vento, tanto da farli sembrare tante lame. Di quella giornata ricordo anche l’entrata in grotta e il mio sconcerto nel vedere la prima strettoia. Il pensiero, lo stesso che penso prenda tutti coloro che la affrontano la prima volta: “Impossibile passare per quel buchetto infimo e stretto!”. Ricordo anche che ero vestito con quello di caldo che avevo trovato a casa ed avevo coperto il tutto con un Kway azzurro utile a trattenere il mio abbondante sudore nei vestiti.
Appena passata la strettoia con stupore e sollievo, in attesa del resto del gruppo (eravamo in parecchi) ricordo che trovai per terra un pezzo di stalattite di buone dimensioni e del peso di un paio di chili. Innamorato di quell’ingombrante quanto brilluccicante pezzo di calcite, il primo che vedevo in vita mia, chiesi agli istruttori che ci guidavano se potevo tenerlo. Loro, con un ghigno divertito che capii solo ore dopo mi dissero prontamente di si. Portai in giro per tutta la grotta con non poca fatica questo pesantissimo trofeo, ogni tanto maledicendolo, ma senza mollarlo mai. Facemmo tutto il giro classico, arricchito da una salita a quella che Massimiliano, l’amico che mi aveva “costretto” a questa esperienza, chiamava la “Sala delle Meraviglie”. Vicino all’uscita, dopo tanta fatica per non separarmi dal mio gioiello di grotta ne ero sinceramente quasi disamorato. Qualche commento buttato la’ dai nostri istruttori sul fatto che non si devono portare pezzi di grotta all’esterno per non depauperarla rapidamente compie definitivamente l’opera e, quasi con sollievo, abbandono il mio tesoro a pochi metri dall’uscita, quasi senza rimpianti. Da questa esperienza ho imparato principalmente due cose: a lasciare alla grotta le sue robe e che le grotte possono essere molto interessanti. di questo dopo tutto devo ringraziare Massimiliano per avermi costretto a partecipare a questa avventura alle Piane con incrollabile insistenza.
Quindi ricapitoliamo, il mese d’inizio l’ho attribuito empiricamente a febbraio. Il giorno e’ perso per sempre ma, visto che tradizionalmente in grotta si va di domenica, poniamo fosse la prima domenica di quel mese, tanto per puntare un giorno. Tutto bene, manca solo l’anno…
Ma per l’anno aspettiamo ancora qualche attimo. Voglio terminare la quasi onirica storia della mia iniziazione alla speleologia, che ripeto, potrebbe essere frutto solo della mia fantasia.
Dopo l’avventura alle Piane l’entusiasmo di Massimiliano si e’ fuso col mio rendendo piu’ veloci gli accadimenti successivi. Ricordo una intensa giornata alla palestra di roccia a Fioranello ad imparare l’uso di strani attrezzi con strani nomi impossibili da ricordare. Questi attrezzi servivano per salire e scendere dalle corde, imparare a usarli era il passo successivo per poter proseguire il mio indottrinamento speleologico.
Il battesimo del fuoco in una grotta verticale lo ricordo come fosse oggi, ma non posso assicurare che prima ci siano state altre uscite preparatorie. Di questa uscita posso dire che sicuramente e’ stata quella che mi ha scolpito la speleologia nel cuore. Sempre Massimiliano, l’artefice della mia prima formazione, mi porta in un posto magico a Sant’Oreste, sul monte Soratte. Una montagna particolare che svetta senza un perche’ in mezzo alla piana del Tevere. E’ ricca di grotte e ancora oggi non smette di regalarci sorprese. In questo paese della cuccagna per speleologi ci sono delle grotte molto particolari, quasi un emblema del posto, si dice che siano conosciute sin dal tempo del’impero romano e sono le prime ad essere inserite nel Catasto grotte del Lazio. Si, parlo proprio dei Meri e in particolare del Mero Grande.
Il Mero Grande, chiunque faccia speleologia nel Lazio deve conoscerlo. E’ un affascinante buco verticale nella roccia profondo circa 90 metri. Quel giorno Massimiliano mi porto’ a scenderlo. Ando’ sicuramente avanti lui a sistemare la corda e poi io lo seguii. Non ho ricordi di timore o paura, ma probabilmente era solo l’incoscienza di un ventenne a nasconderla. Ricordo pero’ chiaramente che a un terzo circa della discesa mi fermai a guardare verso l’alto. Immaginate, ricordate con me: sono in un punto in cui la luce del giorno ancora riesce a raggiungermi, vedo la corda salire dritta e tesa sopra di me per poi sparire nella luce dandomi la sensazione di essere appeso al cielo. Uno sguardo sotto dove una lucina minuscola mi indica la presenza del mio amico e sento la potente voce silenziosa della grotta che mi chiama a scendere ancora.
E’ sicuramente in questo momento in cui ho sentito che la speleologia, l’andare in grotta in ogni sua forma e modo, sarebbe stato da allora in poi parte di me.
Questo e’ quanto posso dire della mia iniziazione come speleologo. Manca, come dicevamo, da definire l’anno. Di recente, grazie a un evento, ho aggiunto un tassello. Parliamo della Grotta Grande dei Cervi, ma riprenderemo il discorso piu’ tardi. Per giungere a definire l’anno in cui ho iniziato ad andare in grotta, nel tempo ho raccolto qualche dato grazie ai ricordi di vari amici e qualche scampolo di ricordo mio. Un punto fermo ce l’ho, tempo fa riordinando alcune carte, di cui ho perso di nuovo traccia, ho trovato la lettera del V° gruppo del C.N.S.A (la “S” di “e speleologico” doveva ancora venire) in cui si attesta che nel corso del 1987 avrei svolto l’anno di aspirantato per diventare volontario del Soccorso.
Quindi nel 1987 dovevo essere una speleologo minimamente autonomo nella progressione e abbastanza esperto, con almeno un paio d’anni di pratica alle spalle. L’anno inizia a definirsi.
Di questo anno sicuramente intenso ricordo ben poco. Sicuramente non e’ sfuggita alla mia mente l’ultima, tremenda, esercitazione. Eravamo in Campania, non ricordo in quale zona ne’ in quale grotta, allora il V° gruppo raccoglieva piu’ regioni quindi spesso le esercitazioni erano tenute fuori dal Lazio.
Per noi aspiranti questa esercitazione era la prova finale, dopo questa avrebbero deciso chi di noi sarebbe diventato volontario e chi no, c’era posto per tutti gli aspiranti tranne uno. Arrivammo la sera prima in un rifugio di montagna accolti da freddo, neve e un vento furibondo. Dormimmo nel rifugio, dico dormimmo anche se per me si tratta di una esagerazione poiche’ il rifugio aveva il pavimento in terra battuta e all’epoca io non possedevo un tappetino “dormiben” per isolarmi del freddo della terra. Inoltre il freddo esterno era appena stemperato dal timido fuoco di un caminetto, da cui ero lontano. Come se non bastasse il mio sacco a pelo era uno di quelli estivi, molto fresco d’estate ma poco, pochissimo utile d’inverno. Ricordo passai la notte sveglio tremando come una foglia. Per fortuna il giorno dopo la buriana era passata o magari dopo la notte terribile passata il freddo esterno mi sembrava piu’ accogliente. Venimmo suddivisi in piccole squadre operative come si soleva fare ai tempi. Capitai insieme a Marco, aspirante come me e con Marco, speleo e soccorritore gia’ esperto a sorvegliare noi pivelli. La zona della grotta che ci era stata assegnata era una minuscola cengia a circa meta’ di un ventoso pozzo da 70 metri. La nostra consegna era di attrezzare per il recupero della barella e quindi di attendere l’arrivo della stessa per tirarla su e farla proseguire. L’inizio fu facile, allora l’armo della grotta era fatto solo piantando spit a mano, una pratica che tiene sicuramente operativi e caldi. Arrivati alla nostra cengia, ancora incuranti del vento freddo, iniziamo a piantare spit per attrezzare il recupero della barella alternandoci nell’opera. Una volta terminato l’armo di recupero iniziamo ad attendere…attendere…attendere. Quando finalmente da sotto ci giungono rumori noi siamo letteralmente inebetiti dal freddo, ancora non lo sappiamo ma scopriremo poi di essere rimasti li’, in attesa, per quasi 12 ore! In qualche maniera ci riprendiamo e facciamo quel che dobbiamo. A me tocca ancora una fatica, accompagno la barella nel secondo tratto di salita del pozzo. A fine esercitazione scopro di essere stato scelto tra i volontari, ma non tanto per merito mio quanto perche’ il mio amico, e compare di aspirantato, Marco, durante l’uscita dalla grotta si e’ sentito male per il troppo freddo patito.
Questo e’ il primo indizio, nel 1987 avevo almeno 2 anni di esperienza. Stiamo forse parlando del 1985? Forse si, ma andiamo avanti col secondo indizio.
Questo e’ un ricordo donatomi da Nerone e riguarda il suo corso di speleologia, quello grazie al quale ha appreso i rudimenti delle tecniche speleologiche. Siamo nel 1986, tempo prima, chissa’ quando, Massimiliano ha lasciato il Gruppo Speleologico del Cai di Roma e si e’ unito allo Speleo Club Roma, io naturalmente l’ho seguito integrandomi ben presto nelle attivita’ del nuovo gruppo. Nerone frequenta il corso come allievo e io sono uno dei suoi istruttori. In quegli anni si era soliti concludere il corso con una bellissima uscita, quella alla grotta Antro del Corchia in Toscana, presso Levigliani. Non so da quanto fossi allo SCR ma, anche se la presentazione di Massimiliano aveva forse abbreviato i tempi non poteva essere pochissimo che frequentavo il gruppo per poter essere preso tra gli istruttori del corso. Comunque sia ero la’ quel giorno in cui entrammo in grotta. All’epoca si facevano ancora corsi molto numerosi, penso avessimo tra i 15 e i 20 allievi. Iniziamo la nostra gita come di consueto dalla “buca di Eolo”, una condotta ventosa. Non ricordo quando, non ricordo come ma dovevo aver gia’ fatto la mitica “traversata del Corchia Eolo-Serpente” almeno una volta per poterla conoscere abbastanza bene da non smarrirmi troppo nei labirintici chilometri (64km? Ma ora saranno anche di piu’) di questa grotta. Com’e’, come non e’ nell’ultima parte della traversata mi ritrovo solo alla guida di tutto il folto gruppo di allievi. Certo di sapere dove andare proseguo spedito, i pozzi da scendere sono terminati, si deve solo arriva al Pozzo Empoli, da salire. Il mio riferimento per girare verso destra verso la sala di partenza del pozzo e’ la corda della risalita per andare al “ramo dei romani”, ma purtroppo non la vedo e passo oltre. Dopo un altro quarto d’ora in cui non riconosco i posti che attraverso mi trovo con tutto il gruppo degli allievi in una sala dove ci sono vari arrivi, alcuni in salita, alcuni in discesa e persino una potente cascata. Per cercare di non creare il panico dico a tutti di stare calmi e aspettarmi sul posto senza muoversi mentre vado a controllare una cosa. Vado indietro di corsa, all’epoca ce la facevo anche a correre! In poco tempo ritrovo la corda del “ramo dei romani” e l’orientamento perso. Torno, sempre di corsa dagli allievi e trovo un caos indescrivibile, gente disperata buttata a terra, altri che tentano di risalire i pozzi (Nerone era tra questi!), qualcuno addirittura vicino alla cascata. Con un poco di fatica ricompatto il gruppo, lo rassicuro e in qualche minuto, assicuratomi di avere tutti, ripartiamo fino ad arrivare felici e contenti alla grande sala dove inizia il pozzo Empoli, sala che oggi credo sia parte del percorso turistico. Questo e’ quanto ho ricostruito grazie al ricordo di Nerone, ovvero di quella volta in cui l’ho fatto perdere dentro il Corchia!
Ricapitolando, nel 1986 sono istruttore in un corso SCR e conosco abbastanza bene (ma non troppo!) la traversata dell’Antro del Corchia Eolo-Serpente. Spero di non sbagliare troppo attribuendomi almeno un anno pieno di esperienza.
Ma proseguiamo con un nuovo indizio scoperto da poco. A novembre 2024 e’ stato celebrato il trentesimo anniversario della scoperta della grotta Grande dei Cervi in quel di Pietrasecca. Questo evento mi ha portato alla mente un altro episodio delle mie prime esperienza speleologiche. In quel periodo la grotta era in esplorazione e Massimiliano, che era tra gli scopritori, mi invito’ ad accompagnarlo per una visita al sifone finale. All’epoca la mia attrezzatura era approssimativa, figuratevi che utilizzavo un discensore autocostruito da un socio (non ricordo se del CAI o delllo SCR), senza clicchetto di apertura, ad ogni frazionamento andava smontato dal moschettone per effettuare la manovra. Al posto della maniglia per la salita avevo uno shunt, meno costoso ma di utilizzo laborioso. I miei vestiti erano ancora quelli delle Piane e coprivo il tutto con l’immancabile Kway azzurro. Massimiliano, sapendo che la grotta, per arrivare al sifone era un lungo meandro allagato di fango fino alla vita, ebbe pieta’ di me. Avviandoci all’ingresso della grotta incontrammo uno speleo dall’allegria nervosa ma contagiosa (oggi e’ il mio amico Claudio) e Massimiliano con disinvoltura gli chiese di prestare a me la sua tuta in PVC…e lui accetto’! Con molta emozione indossai quindi per la prima volta una tuta speleo per andare ad ammirare dei posti meravigliosi. Grazie Claudio e grazie Massimiliano.
Questi i miei tre preziosi indizi per ricostruire una storia perduta. Alla fine forse avrei potuto scegliere come anno d’inizio anche il 1984 e darmi un anno in piu’ di esperienza in cui “diluire” gli indizi ritrovati, ma diciamo che il 1985 va benone. Ricapitolando, abbiamo detto che si trattava del mese di febbraio, molto probabilmente agli inizi. Consultando il calendario dell’epoca ho deciso di fissare la data alla prima domenica del mese, il 3 febbraio 1985.
Per la felicita’ di tutti quindi la data in cui festeggero’ i miei (primi) 40 anni di speleologia sara’ il 15 febbraio 2025, che viene convenientemente di sabato. Ancora e sempre, alla prossima.